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LA GIUNTA PORTOBELLO SI E’ AUTODIMESSA per DISASTRO AMBIENTALE

I DIMISSIONARI RESPONSABILI DEL DISASTRO DI ISOLA DELLE FEMMINE 

LA COMMISSIONE GOVERNATIVA DI ACCESSO AGLI ATTI SI INSEDIA AL COMUNE DI
ISOLA DELLE FEMMINE 

LA COMMISSIONE GOVERNATIVA DI ACCESSO AGLI ATTI SI INSEDIA AL COMUNE DI
ISOLA DELLE FEMMINE 

LA COMMISSIONE GOVERNATIVA DI ACCESSO AGLI ATTI SI INSEDIA AL COMUNE DI

ISOLA DELLE FEMMINE
COMUNICATO STAMPA “RINASCITA
ISOLANA”
Il
Movimento Politico “Rinascita Isolana” è costretto, per l’ennesima volta, a
constatare l’assoluta incapacità dell’Amministrazione in carica al Comune di
Isola delle Femmine di gestire la cosa pubblica, e la preoccupante assenza di
senso civico – prima che di responsabilità politica – in capo ai consiglieri di
maggioranza.
Stamane
(12.09.2012) si è consumato l’ennesimo insulto alla dignità e ai diritti dei
cittadini isolani: per la terza volta consecutiva (!!!) gli esponenti del
gruppo che sostiene il Sindaco pro-tempore
Gaspare Portobello – in piena emergenza
rifiuti, dinanzi ad un Paese sommerso da montagne di immondizia, che offendono
la comunità e la ammorbano di miasmi
– hanno deliberatamente deciso di far
mancare il numero legale, impedendo la celebrazione dell’assise civica, che
avrebbe dovuto discutere delle famose S.R.R.,
le società di regolamentazione del servizio di raccolta dei rifiuti, probabili
eredi del sistema ATO.
L’Amministrazione
(in uno con la sua propaggine consiliare) ha mostrato totale disinteresse per
una questione di importanza cruciale per la vita stessa degli abitanti di Isola
delle Femmine – e del comprensorio tutto – rifiutandosi persino di discutere,
in Consiglio Comunale, del problema.
La
delicatissima fuoriuscita dell’ente locale dalla fallimentare esperienza delle
società consortili (che sinora hanno gestito il servizio per conto dei
Comuni-soci), richiedeva invece una disamina approfondita e scelte meditate da
parte di coloro i quali, pur temporaneamente, rappresentano la cittadinanza: aver rimesso al Commissario regionale ogni
valutazione, significa avere vergognosamente e pavidamente abdicato al proprio
ruolo istituzionale
.
Lo
stesso Sindaco, peraltro, già il 3 agosto 2012 aveva dato il buon esempio ai suoi consiglieri,
disertando l’assise civica chiamata a valutare l’ argomento-rifiuti, per presenziare al rilascio di un
provvedimento amministrativo in favore della discoteca più glamour del Paese: ad ognuno le sue priorità.
E’chiaro
che i descritti atteggiamenti vanno letti alla luce della situazione di impasse, determinata dall’attesa delle deliberazioni ministeriali
sulla richiesta di scioglimento dell’Amministrazione Portobello per
infiltrazioni mafiose
; pur tuttavia è inaccettabile che mentre Sindaco,
assessori e consiglieri sfogliano la margherita
delle dimissioni
, il Comune di Isola delle Femmine venga trascinato in un
vortice di degrado, dissesto finanziario, insalubrità.
E’
proprio vero, gli scranni vuoti della biblioteca comunale – ove dovrebbero
svolgersi le sedute consiliari – fotografano compiutamente l’indecorosa vacatio istituzionale, che attualmente
caratterizza il nostro Paese.
Isola delle
Femmine, lì 12 settembre 2012
Movimento
Politico Rinascita Isolana

 

 

Uno dei tanti
 PERCHE’ ALLE COSTRETTE DIMISSIONI DELLA GIUNTA DEL PROFESSORE

ABBANDONIAMO LA BARCA
   CON LA SICUREZZA DI LASCIARVI IN UN MARE DI MUNNEZZA.
I CITTADINI DEVONO
SAPERE CHE NEGLI ULTIMI 
1000 MILLE GIORNI DELLA NOSTRA AMMINISTRAZIONE BEN 673  SEICENTOSETTANTATRE   PAESE E’ STATO
LETTERALMENTE RICOPERTO IN OGNI SUO SPAZIO DI MUNNEZZA DI OGNI GENERE
DALL’AMIANTO AI RESTI DI CIBO ALLE CASSETTE DI FRUTTA AVARIATA RIFIUTI DEL
LABORATORIO DI ANALISI  SCATOLETTE ALIMENTARI SCADUTE
   MATERIALE DI RISULTA DELL’EDILIZIA CARTONE VERNICI VETRO………..
PER NON PARLARE DELLA FAMOSA TESTA DI CAVALLO
NEGLI ULTIMI  MILLE GIORNI DI NOSTRA AMMINISTRAZIONE DALLE
MONTAGNE DI RIFIUTI SPARSE IN TUTTO IL PAESE SI SONO SVILUPPATI BEN  
76 INCENDI.
LE DIOSSINE DEGLI INCENDI DEI RIFIUTI SONO
RIUSCITE BENISSIMO AD UNIRSI A QUELLE PROVENIENTI DALLA ITALCEMENTI E
MISCELLARSI CON BENEZENE CROMO ESAVALENTE PM10 POLVERI SOTTILI ZOLFO …….
CI DIMETTIAMO
 PRIMA CHE LA BARCA AFFONDI! VISTO COME ABBIAMO ROVINATO IL PAESE
2004 SE SAREMO ELETTI SARA’ NEL SEGNO DELLA CONTINUITA’
2009 SE SAREMO ELETTI E’ NEL SEGNO DELLA
CONTINUITA’
2012 PECCATO ! PECCATO! PECCATO! 
 
Oggi ci dimettiamo
per avere concluso la nostra missione:
PORTARE ALLA
BANCAROTTA IL VOSTRO PAESE ISOLA DELLE FEMMINE
SIAMO RIUSCITI A
RIDURRE IL VOSTRO PAESE LA PERIFERIA “ZEN” DI PALERMO
SIAMO RIUSCITI A FAR
DEISTERE QUEI POCHI MALCAPITATI TURISTI A LASCIARE ANTICIPATAMENTE I NOSTRI
ALBERGHI E QUINDI IL NOSTRO PAESE
SIAMO RIUSCITI NEGLI
ANNI A FAR PASSEGGIARE I POCHI MALCAPITATI TURISTI A PASSEGGIARE FRA CUMULI DI
MUNNEZZA
PER  IL NOSTRO
 SENSO DI RESPONSABILITA’  CHE CI  CONTRADDISTINGUE 
COMUNICHIAMO AI   cittadini CHE  interrompIAMO  questo
NOSTRO  impegno portato avanti  con grande passione per il bene di 
poche e selezionate persone.
SI! SI! SI!SI SI! 
OGGI SIAMO COSTRETTI
A DIMETTERCI PRIMA CHE VOI CITTADINI VI RENDIATE CONTO DELLE GROSSE PALLE CHE
VI ABBIAMO RACCONTATO NEL PROGRAMMA ELETTORALE DEL 2009:
                    
PER
ESEMPIO PORTARE LA RACCOLTA DIFFERENZIATA AL 50%
                    
OPPURE
LA PALLA  DELLE PISTE CICLABILI
                    
OPPURE
IL POTENZIAMENTO E LA MIGLIORIA DELL’ARREDO URBANO
                    
OPPURE
LA GROSSA PALLA CHE VI ABBIAMO FATTO BERE CITTADINI DI ISOLA DELLE FEMMINE.
L’AREA PEDONALE E LA VALORIZZAZIONE DELLA ZONA TORRE IN TERRA
SU UN PUNTO DOBBIAMO
CHIEDERVI SCUSA PER NON AVERLO REALIZZATO:
-REALIZZAZIONE DI
VARCHI LIBERI PER LA FRUIZIONE DELLA SPIAGGIA LA PREVISTA VIA DI COLLEGAMENTO
DELLA VIA 
 MARTIN LUTHER KING  A VIALE DEI SARACENI. NON
VOLEVAMO DISTURBARE I SONNI TRANQUILLI DEI RESIDENTI DI VIA MARTIN LUTHER KING
A  nulla è valsa
la resistenza che abbiamo opposto al lavoro  della COMMISSIONE GOVERNATIVA
di accesso agli atti insediatasi al Comune di Isola delle Femmine, VOLUTA
AUSPICATA E DESIDERATA DA PARTE DELLA STRAGRANDE MAGGIORANZA DEI CITTADINI DI
ISOLA DELLE FEMMINE.
NOI TUTTI AD INIZIARE
DAL SOTTOSCRITTO  PROFESSOR Gaspare, Napo, Ale, Giovanni, Salvo Alberto
Zii Nipoti Cognati Generi Futuri Generi Sorelle Fratelli Cugini  ci siamo
asserragliati nel “fortino” di Via Colombo per difenderci dall’assalto di
cittadini inferociti che ritenevano NOI responsabili dei  rifiuti che
ormai ricoprivano da mesi  le strade e le piazze di Isola.
Per anni mesi
settimane giorni  abbiamo subito l’onta del discredito perché alcuni
  dei nostri  amici parenti e collettori di voti omettevano di pagare
la tassa della munnezza. E pensare che al nostro amico e collega Napo siamo
riusciti a fargli pagare per 
META’ la tassa della munnezza  della palestra affidata 
in gestione dal “parente” Sindaco (rep n 811/2003) alla moglie Lucido Maria
Stella!
Grandioso è stato
l’impegno con la 
ITALCEMENTI, nell’anno 2008 grazie alla
collaborazione della PRESIDENTESSA della Commissione Ambiente Consiliare, MA
SOPRATTUTTO DELL’INTERO GRUPPO prima “Isola per Tutti” e poi “Progetto
Cementificazione ed Inquinamento”  
Siamo riusciti grazie
all’assenza  delle associazioni  ambientaliste a far
ottenere    alla ITALCEMENTI l’Autorizzazione Integrata
Ambientale della Regione Sicilia.
Alla Italcementi
abbiamo permesso di tutto e di più nell’ASSENZA di  autorizzazioni, nello
sforamento della massa delle emissioni, nella emissioni di ogni tipo di
inquinante tipo CROMO ESAVALENTE VI.benzene diossina in quantità persino
spropositata, pm10 polveri fini sottili ultrassottili insomma di quella roba
che riesce a penetrare facilmente nel tessuto umano. 
Abbiamo concesso che
la ITALCEMENTI anzitempo bruciasse in notevoli quantità
800 TONNELLATE  i rifiuti di
refrattari
,
gessi chimici ……..
Alla Italcementi abbiamo
permesso per anni  di non ottemperare alla direttiva Europea che imponeva
l’AUTORIZZAZIONE INTEGRATA AMBIENTALE entro il 30 ottobre 2007
.
Alla Italcementi, IO
 SINDACO ed il mio gruppo politico, abbiamo permesso  di non rispettare
le prescrizioni imposte dall’Autorizzazione Integrata Ambientale il quale
prevedeva l’adozione delle migliori tecnologie per tutte le aziende che
inquinano.
Sin dal luglio 2010 NOI
alla Italcementi  permettiamo l’attività produttiva anche in assenza dell’A.I.A.
in quanto decaduta per mancato rispetto delle prescrizioni.
Insomma Gaspare
Sindaco e TUTTI TUTTI NOI del gruppo politico “Progetto Isola” siamo riusciti a
creare anzitempo la nostra piccola TARANTO.
NATURALMENTE TUTTO
QUESTO GRAZIE ANCHE ALLA DISPONIBILITA’ DELLA ITALCEMENTI PER QUANTO RIGUARDA
EVENTUALI ATTREZZATURE SCOLASTICHE O PARTECIPAZIONI A SAGRE PAESANE…….
Nessuna riconoscenza
per i nostri sforzi ad implementare  l’immagine di Isola delle Femmine e
le sue strutture ludico ricettive. Vedasi le nostre frequentazioni estive al
MOMA BEACH ora FREE BEACH o le nostre incursioni alla discoteca MOMA GLAMOUR
(APERTA ANCHE IN ASSENZA DEL PAI)
Ah! Quanti sacrifici
mal ripagati!
Nessuna riconoscenza
per noi che siamo riusciti con impegno e fatica a rendere Isola delle Femmine
una perfetta periferia della peggiore Palermo fatta di delinquenza di droga
e………
Nessuna riconoscenza
per NOI che molto ci siamo prodigati a far CEMENTIFICARE, grazie al sacrificio
economico di alcuni nostri amici, le poche aree libere esistenti a Isola,
comportando un sacrificio di moltissimi cittadini che hanno dovuto fare a meno
di aree pubbliche a loro destinate (aree verdi, servizi pubblici e sociali…..).
Tutto questo ed altro
volevamo riferire al Prefetto nell’incontro di Giovedì.
Purtroppo  siamo
stati ricevuti dal Viceprefetto!!!!
Un messaggio chiaro
nemmeno Lui ha voluto parlarci, anzi il messaggio che ci è stato inviato:
DIMETTETIVI PRIMA CHE LA
BARCA AFFONDI!
OGGI A MALINCUORE CI
SIAMO DECISI A SEGUIRE IL CONSIGLIO DATOCI:
CI  SIAMO
DIMESSI!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!
PROGETTO FIATO SUL COLLO
ASSOCIAZIONE AGENDA ROSSA DI ISOLA
DELLE FEMMINE

DIMETTETIVI PRIMA CHE LA BARCA AFFONDI! Oggi 6 settembre 2012 RASSEGNO LE MIE DIMISSIONI!

2004 SE SARO’ ELETTO NON SARO’ TRASFERITO ………….

2009 SE SARO’ ELETTO FARO’ L’ASSESSORE ALL’AMBIENTE…………

2012 PECCATO ! PECCATO! PECCATO!  

Oggi 6 settembre 2012  sono costretto PER IL SENSO DI
RESPONSABILITA’  CHE MI CONTRADDISTINGUE  comunicare ai cittadini CHE  interrompo  questo mio impegno portato avanti  con grande passione per il bene di poche e
selezionate persone.

SI! SI1 SI! SI! OGGI 6 settembre 2012 SONO COSTRETTO A
RASSEGNARE LE MIE DIMISSIONI!
A  nulla è valso la
resistenza che abbiamo opposto al lavoro  della COMMISSIONE GOVERNATIVA di accesso agli
atti insediatasi al Comune di Isola delle Femmine, VOLUTA AUSPICATA E
DESIDERATA DA PARTE DELLA STRAGRANDE MAGGIORANZA DEI CITTADINI DI ISOLA DELLE
FEMMINE.
Con Gaspare, Napo, Ale, Giovanni, Salvo ci siamo
asserragliati nel “fortino” di Via Colombo per difenderci dall’assalto di
cittadini inferociti che ritenevano NOI responsabili dei  rifiuti che ormai ricoprivano da mesi  le strade e le piazze di Isola.

Per anni mesi settimane giorni  abbiamo subito l’onta del discredito perché
alcuni di ben selezionati amici parenti e collettori di voti omettevano di
pagare la tassa della munnezza. 

Pensare che al nostro amico e collega Napo
siamo riusciti a fargli pagare per META’ la tassa della munnezza  della palestra affidata  in gestione dal “parente” Sindaco (rep n
811/2003) alla moglie Lucido Maria Stella!
Grandioso è stato l’impegno con la ITALCEMENTI, nell’anno
2008 grazie alla collaborazione della PRESIDENTESSA della Commissione Ambiente
Consiliare, MA SOPRATTUTTO DI Gaspare nella funzione di TUTORE della SALUTE
PUBBLICA.
Siamo riusciti grazie all’assenza  delle associazioni  ambientaliste a far ottenere    alla ITALCEMENTI l’Autorizzazione Integrata
Ambientale della Regione Sicilia.
Alla Italcementi abbiamo permesso di tutto e di più pur nell’ASSENZA di  autorizzazioni nello
sforamento della massa delle emissioni, nella emissioni di ogni tipo di
inquinante tipo CROMO ESAVALENTE VI.benzene diossina in quantità persino
spropositata, pm10 polveri fini sottili ultrassottili insomma di quella roba
che riesce a penetrare facilmente nel tessuto umano. 

Abbiamo concesso che la
ITALCEMENTI anzitempo bruciasse in notevoli quantità 800 TONNELLATE
  i rifiuti di refrattari, gessi chimici ……..
Alla Italcementi abbiamo permesso per anni  di non ottemperare alla direttiva Europea che
imponeva l’AUTORIZZAZIONE INTEGRATA AMBIENTALE entro il 30 ottobre 2007.
Alla Italcementi, IO il mio SINDACO ed il mio gruppo
politico, abbiamo permesso  di non
rispettare le prescrizioni imposte dall’Autorizzazione Integrata Ambientale il
quale prevedeva l’adozione delle migliori tecnologie per tutte le aziende che
inquinano.
Sin dal luglio 2010 NOI alla Italcementi  permettiamo l’attività produttiva anche in
assenza dell’A.I.A. in quanto decaduta per mancato rispetto delle prescrizioni.
Insomma IO Assessore Gaspare Sindaco e TUTTI TUTTI NOI del
gruppo politico “Progetto Isola” siamo riusciti a creare anzitempo la nostra
piccola TARANTO.
NATURALMENTE TUTTO QUESTO GRAZIE ANCHE ALLA DISPONIBILITA’
DELLA ITALCEMENTI PER QUANTO RIGUARDA EVENTUALI ATTREZZATURE SCOLASTICHE O
PARTECIPAZIONI A SAGRE PAESANE…….
Nessuna riconoscenza per i nostri sforzi ad
implementare  l’immagine di Isola delle
Femmine e le sue strutture ludico ricettive. Vedasi le nostre frequentazioni
estive al MOMA BEACH ora FREE BEACH o le nostre incursioni alla discoteca MOMA
GLAMOUR (APERTA ANCHE IN ASSENZA DEL PAI)

Ah! Quanti sacrifici mal ripagati!
Nessuna riconoscenza per noi che siamo riusciti con impegno
e fatica a rendere Isola delle Femmine una perfetta periferia della peggiore
Palermo fatta di delinquenza di droga e………
Nessuna riconoscenza per NOI che molto ci siamo prodigati a
far CEMENTIFICARE, grazie al sacrificio di alcuni nostri amici, le poche aree
libere esistenti a Isola, comportando un sacrificio di moltissimi cittadini che
hanno dovuto fare a meno di aree pubbliche a loro destinate (aree verdi,
servizi pubblici e sociali…..).
Tutto questo ed altro volevamo riferire al Prefetto
nell’incontro di Giovedì.
Purtroppo  siamo stati
ricevuti dal Viceprefetto!!!!
Un messaggio chiaro nemmeno Lui ha voluto parlarci, anzi il
messaggio che ci è stato inviato:

DIMETTETIVI PRIMA CHE LA BARCA AFFONDI!
OGGI A MALINCUORE CI SIAMO DECISI A SEGUOIRE IL CONSIGLIO
DATOCI:
CI  SIAMO
DIMESSI!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!
PROGETTO FIATO SUL COLLO
ASSOCIAZIONE AGENDA ROSSA DI ISOLA DELLE FEMMINE

Gli ispettori: emissioni anomale all’Ilva


IL SIDERURGICO DI TARANTO Il video

Gli ispettori: emissioni anomale all’Ilva

IL SIDERURGICO DI TARANTO Il video
Gli ispettori: emissioni anomale all’Ilva
Vertice in Procura, ulteriori limitazioni alla produzione
Ferrante: collaboreremo. Secondo i tecnici comporterà 
un nuovo indotto e la
richiesta di molta manodopera

Ferrante


TARANTO – Quasi quattro ore di letture, dichiarazioni e presentazione di
dati soprattutto sulla produzione correlata alle emissioni di sostanze
inquinanti. Nel vertice di ieri in Procura tra magistrati e curatori giudiziari
degli impianti Ilva ritenuti pericolosi per l’ambiente, e per questo sequestrati
(ma ancora in funzione), non sono mancati ulteriori inviti alla direzione dello
stabilimento (in quella sede rappresentata da Bruno Ferrante nella sua seconda
veste di custode del tribunale), a rimodulare metodi e velocità di esercizio al
fine di rendere al minimo il rischio di inquinamento prima di arrivare
all’obiettivo finale della completa ambientalizzazione. «Ci hanno dato delle
indicazioni precise, operative, con obiettivi che sono quelli del contenimento
delle emissioni. Adesso spetterà ai custodi tecnici, ed al sottoscritto, operare
collegialmente riferendo ovviamente al procuratore della Repubblica, Franco
Sebastio, e operando nel senso da lui indicato», ha detto Ferrante lasciando il
palazzo di giustizia inseguito dai cronisti e telecamere.


CLIMA SERENO – Il presidente del Cda del siderurgico è apparso disteso
e rassicurante commentando con i giornalisti lo stato d’animo che si vive
all’interno dello stabilimento. «Durante le pause per il pranzo ci incontriamo
spesso con i lavoratori che esprimono la loro preoccupazione mentre noi li
rassicuriamo circa il loro futuro», ha detto l’ex prefetto che è stato il primo
a lasciare la riunione non prima di affrontare la spinosa questione della
facoltà d’uso degli impianti.
NIENTE POLEMICHE – «Il sequestro preventivo disposto prima dal gip e
poi dal Riesame – ha precisato Ferrante – parla del sequestro degli impianti ai
fini del risanamento e della messa in sicurezza. Nessuno ha mai pensato alla
facoltà d’uso, non è un termine che compare ma si parla di utilizzo a quei
fini», ha concluso il manager evitando facili polemiche. Al summit erano
presenti, oltre a Ferrante, gli altri tre curatori, gli ingegneri Barbara
Valenzano, Emanuele Laterza e Claudio Lofrumento, e il comandante del nucleo
ecologico di Lecce, il maggiore dei carabinieri Nicola Candido. Al completo
anche il quartetto di magistrati guidato dal procuratore capo, Franco Sebastio,
il suo aggiunto Pietro Argentino e i sostituti procuratori, Mariano Buccoliero e
Giovanna Cannarile.
IL DOSSIER – Poco si sa sul contenuto del rapporto presentato dai
curatori frutto delle loro ispezioni fatte in questi giorni, anche di notte,
all’interno dell’acciaieria. Non poche, comunque, le criticità riportate nel
corposo dossier consegnato al procuratore Franco Sebastio. Tra queste l’incendio
del nastro trasportatore di tre giorni fa, quando una colonna di fumo si è
levata per circa mezz’ora creando apprensione e panico ed anche un paio di
slooping, il fenomeno che sprigiona in atmosfera gas inquinanti dovuto
all’utilizzo improprio delle torce al servizio delle acciaierie. Un altro
aspetto di novità contenuto nella relazione dei curatori, rivelato dal
procuratore Sebastio nel suo breve incontro con i giornalisti, è la parte che
riguarda l’ambientalizzazione degli impianti e il relativo impiego di forza
lavoro. «Per eseguire tutti gli interventi previsti – ha riferito Sebastio – i
tecnici hanno calcolato un considerevole vantaggio dal punto di vista lavorativo
e la nascita di un nuovo indotto». Niente, invece, sui tempi necessari. «Come
faccio a dare ai curatori una scadenza considerata la complessità dei lavori
necessari?», ha risposto Sebastio.
TRIBUNALE BLINDATO – L’atteso vertice si è così concluso in un
tribunale blindato e protetto da decine di forze di polizia, carabinieri e
vigili urbani che hanno assicurato una cintura di sicurezza forse eccessiva
rispetto alle presenze di pubblico composte quasi esclusivamente da esponenti
dell’informazione
.

Francesco Casula
Nazareno
Dinoi   
03 settembre
2012


Ilva, la busta passa da Archinà a Liberti
Guarda il video alla stazione
di servizio

Per gli inquirenti è una mazzetta da 10mila euro
Il perito si difende:
«Conteneva la bozza di un accordo»




TARANTO – È il
26 marzo 2010. Girolamo Archinà, allora responsabile delle relazioni
istituzionali Ilva, è appena arrivato nell’autogrill tra Taranto e Bari
all’altezza di Acquaviva delle Fonti. Porta con sè una busta bianca: per i
finanzieri, che da mesi lo intercettano, quella busta contiene 10mila euro in
tagli da 100 e da 50. I militari ritengono che sia una «mazzetta» per
ammorbidire una perizia disposta dalla procura di Taranto. Sul retro della
stazione di servizio, l’ex pr della famiglia Riva, incontra infatti Lorenzo
Liberti, all’epoca perito scelto dal pm Mariano Buccoliero per studiare le
emissioni di diossina dal camino E312. Archinà e Liberti chiacchierano
passeggiando con circospezione. La busta passa dalle mani del dirigente Ilva a
quelle del perito, tutto catturato dalle telecamere di sorveglianza
dell’autogrill e sotto gli occhi dei finanzieri che seguono a distanza
l’incontro. Gli investigatori decidono di non procedere all’arresto in flagranza
di reato: le intercettazioni stanno svelando gli intrecci tra politica e
imprenditoria sulla gestione dell’ambiente a Taranto. Inquinamento, ma anche
discariche, rifiuti, energie rinnovabili e tanto altro. Patti scellerati,
secondo gli inquirenti, che non vanno bruciate per raccontare la storia di un
«ambiente venduto».

LE INDAGINI – L’inchiesta porta proprio questo nome e coinvolge
politici locali, funzionari pubblici e imprenditori. L’incontro tra Archiná e
Liberti viene peró stralciato per confluire nell’indagine della magistratira sul
disastro ambientale a Taranto: 91 pagine di informativa che svelano solo una
minima parte delle pressioni dei vertici del siderurgico per tenere le
informazioni sgradite «sotto coperta». Liberti sarà ascoltato dal pm Remo
Epifani solo un anno e sette mesi più tardi: «Quella busta – spiegherà al
magistrato – conteneva la bozza di un accordo tra Ilva e Politecnico di Bari (in
cui Liberti insegna, ndr)». Il docente universitario resta peró sotto indagine,
insieme ad Archinà, per corruzione in atti giudiziari. Per l’Ilva i 10mila euro
ritirati da Archinà il 26 marzo sono un’offerta per la Chiesa di Taranto.

Nazareno Dinoi

01 settembre 2012

Taranto, la rivolta delle vedove“Mai più ricatti tra lavoro e salute”

Rabbia e veleni di una
città che vive e muore di Ilva. E gli operai con i figli malati: “Sì, aveva
ragione chi protestava”

di CONCITA DE GREGORIO

COSA c’è di diverso è che gli muoiono in mano i
figli bambini e ora sanno perché. Che non possono mangiare il formaggio delle
loro pecore né le cozze del loro mare. Che i pediatri negli ospedali congedano
le puerpere raccomandando omogeneizzati al posto delle prugne cotte. E latte in
polvere anziché quello del seno perché nella frutta degli alberi e nel latte
delle madri c’è il veleno, e ora sanno qual è. Cos’è cambiato sta tra la culla e
il tavolo da pranzo, dentro le vite di ciascuno. I figli che impallidiscono di
leucemia, il cibo che sparisce dai piatti. L’unica cosa che conta, l’unica cosa
seria: nascere e crescere i figli, mangiare.

È così che dopo tutti questi anni, quasi cinquanta
dalla posa della prima pietra della Fabbrica, la voce di quelli che trenta,
venti, dieci anni fa dubitavano e obiettavano, poi scrivevano e chiedevano, poi
protestavano, poi urlavano piangendo e maledicevano  –  pazzi, esagitati,
estremisti, anime belle ambientaliste, nemici del lavoro e del popolo  –  è così
che poco a poco quella voce sottile e molesta è diventata la verità di tutti. Se
si muore, a Taranto, è colpa del “minerale”. Così lo chiamano le vedove
analfabete che ti aprono casa per mostrarlo che a chili si accumula nero sotto
le loro scope, le madri che lavano la faccia ai figli al ritorno da scuola,
quando c’è vento i bimbi arrivano a casa con la faccia che brilla come se
fossero truccati per andare
in discoteca. Il minerale. I residui di ferro che luccica, la polvere nera
che vola e si fa aria, entra nei polmoni e poi nel sangue. Nel minerale il
veleno: la diossina che per decenni si è mangiata gli uomini da dentro,
mascherata da fatalità destino malasorte. A volerci credere, a doverci credere
“perché noi lo sentivamo il rumore la notte e la vedevamo la polvere nera ma, ci
crede?, ci faceva piacere perché erano il rumore a la polvere che ci davano da
vivere. Gli uomini uscivano per andare a lavorare e portavano i soldi a casa.
Che altro dovevamo volere”.
Poi sì, certo. Ora c’è la decisione di Patrizia
Todisco, il giudice per le indagini preliminari del tribunale di Taranto che ha
disposto il sequestro dell’area a caldo del-l’Ilva, e la bonifica che deve
passare per il blocco della produzione. Un’acciaieria non si spegne staccando la
spina, però. Ci vogliono mesi, e in questi mesi  –  proprio questi, adesso  – 
ci sono i ministri che scendono in Puglia e trattano coi Riva, i padroni,
improvvisamente e finalmente inclini a versare milioni per la bonifica. Ci sono
i politici che dispongono ordinanze (“vietato passeggiare e far giocare i
bambini nelle strade del quartiere Tamburi”, per esempio, provate a immaginare
come suona alle orecchie di chi ci abita). L’imminente e prossima distruzione di
venti tonnellate di cozze alla diossina, pescato per un valore di quattro
milioni di euro: la rovina. Le signore della borghesia tarantina che manifestano
per strada, i giornali e i siti che denunciano le mazzette, la corruzione, il
silenzio pagato perché è chiaro  –  si mostra ora con l’evidenza delle prove  – 
che il silenzio delle istituzioni, dei partiti e dei periti, di questa Chiesa
gommosa e opulenta è stato comprato, negli anni, dai Riva. Col lavoro che
avevano da distribuire agli ultimi e coi soldi in busta a tutti gli altri. “Non
prenderemo più donazioni dal-l’Ilva”, dice il nuovo vescovo con questo
archiviando come peccato veniale i milioni di lire e poi di euro che i suoi
predecessori, ultimo monsignor Papa, hanno incassato nei decenni con causali
verosimili e persino meritorie: ristrutturare l’oratorio, rifare la facciata
della chiesa, finanziare la mensa dei poveri. Assegni da 300 mila euro. In
cambio, tolleranza. Braccia che si allargano e occhi al cielo, cosa vuoi figlia
mia, fatti forza, è il volere del Signore.
Ecco, sì, tutto questo. Ma a starci a Taranto, a
viverci qualche tempo che non sia il tempo di girare due riprese per la tv, ti
fermano per strada e ti dicono in dialetto e in italiano che quel che c’è di
nuovo non è una sentenza, una perizia, un controllo che di notte quando la
fabbrica brucia come un incendio non si è fatto  –  in cinquant’anni  –  mai.
No. Quel che c’è di nuovo è un piccolissimo sollievo figlio del contagio. I
predicatori solitari, i ‘pazzì e i ‘fanaticì che giravano coi cartelli e
affiggevano targhe sui muri dieci anni fa oggi si voltano attorno e con un
sorriso di sollievo accolgono chi arriva. Chè poco a poco anche gli operai
cominciano a scendere dai balconi giù per strada: quelli che “si deve vivere,
l’Ilva è lavoro”, quelli che alle assemblee non c’erano mai perché facevano gli
straordinari per arrivare a 1500 al mese e che si fottano le chiacchiere. Loro,
gli operai. Ora ci sono, non tanti ma tanti, alle riunioni e ai cortei fino in
prefettura, ad ascoltare Michele Riondino il giovane Montalbano della tv che
davanti al mare caraibico degli scogli di San Vito dice “io sono nato dove siete
nati voi, ai Tamburi, e vi dico che dobbiamo fare noi quello che non hanno fatto
mai i sindacati, i partiti di sinistra. Siete tutti, siamo tutti sotto ricatto.
I tarantini sono sempre stati merce di scambio, numeri che valgono solo quando
c’è da votare. L’Ilva ha fabbricato acciaio e paura. Ma l’altro giorno, in
piazza, ho visto un’Apecar di operai che sembrava un carrarmato. E’ quello che
serve, servite voi: è venuta l’ora di farci sentire”. 
Trecento persone ad
ascoltarlo, un’ovazione. Può più il Montalbano della tv di cento professori,
perizie, tribunali. I Tamburi, dove è nato Riondino, è il quartiere che confina
con la fabbrica. Le case erano lì da prima, la gente negli anni Sessanta ci
andava a vivere per far respirare i figli, perché era un po’ più in alto e c’era
l’aria buona. Tamburi come il rumore di tamburi che faceva l’acqua
nell’acquedotto romano. Oggi è il posto dove non si può passeggiare, ha detto il
sindaco. Le case toccano il muro di cinta dell’Ilva e quello del cimitero. E’
tutto lì, quello che serve per vivere e per morire: le tombe affacciano in
fabbrica, ci si resta anche da morti. Per strada cani randagi, quasi cento
taverne dove andare a ubriacarsi la sera, deserto di uomini, cartelli di
“vendesi” ovunque. La gente se ne va. Ha venduto casa Franco Fanelli, 55 anni,
dopo che hanno diagnosticato la leucemia a sua figlia Annachiara, 13. “Quando
siamo arrivati in ospedale ho trovato nella stanza un operaio che conoscevo
bene, era uno di quelli che quando manifestavamo per strada ci guardava dalla
finestra e chiudeva le tende. Era lì con la figlia malata di tumore. “Dobbiamo
far chiudere tutto”, mi ha detto in dialetto. Ora lo dici?, gli ho risposto. E
lui: “che ne sapevamo, prima?”. Ecco, ora lo sa”. 
Fanelli ora sta a
Leporano, lontano dal minerale. Annachiara ha finito la chemio e porta un filo
di trucco, forse l’anno prossimo tornerà a ballare. Le sono ricresciuti i
capelli, erano biondi ora sono neri, pazienza. Ride, esce, il ragazzino
l’aspetta. Il rosario di suo padre Franco è questo: morti di tumore entrambi i
genitori, morta una sorella e malati (intestino, prostata, fegato) altri tre
fratelli di nove, quattro su nove. morta la prima moglie Antonella, “un sarcoma
che aveva 18 anni, io 24, l’ho sposata due mesi prima che se ne andasse, era il
suo desiderio”. Malata di leucemia la figlia. Fanelli sono vent’anni che
combatte il veleno dell’Ilva che fa morire di cancro vecchi e neonati, famiglie
intere. “Ho calcolato che sono morte 70 mila persone in 15 anni. Ma nessuno lo
dice, lo tengono nascosto. Qui a Taranto non c’è il registro dei tumori, lo sa?
Non le sembra pazzesco? E non c’è nemmeno l’oncologia pediatrica in ospedale.
Bisogna andare a Bari, o al Nord. Così quelli che si ammalano e muoiono fuori,
cioè quasi tutti, non entrano nel conto e le statistiche stanno a posto”.
All’ospedale di Taranto non c’è l’oncologia pediatrica. Al Moscati, che domina
l’Ilva dall’alto, i volontari dell’Ail, associazione italiana leucemie, hanno
allestito con le donazioni una stanzetta minuscola, due letti e una culla, per i
bambini. “Quasi clandestina”, sorride Paola D’Andria, volontaria Ail. In corsia
saluta Anna, che ha vent’anni le unghie rosse la testa calva e la febbre, oggi,
“viene spesso dopo l’autotrapianto”. “Quello che succede e quello che non
succede, a Taranto, è voluto: è tutto voluto. 
Ora arrivano gli operai, perché si ammalano i loro
figli. Ma fino a ieri ci guardavano con sospetto tutti. Anche la politica, che
delusione la politica. E dire che il sindaco sarebbe un pediatra”. Il sindaco,
Ippazio Stefàno, è un pediatra. Uomo di Vendola, sostenuto da una lista civica,
chi meglio di lui avrebbe potuto capire, sapere. E invece sulla sanità si sono
arenate anche tante speranze del “rinascimento pugliese”, che certo Vendola ha
fatto quella legge che ha abbassato drasticamente il tasso di diossina ma è come
svuotare con un tappo l’acqua del mare. E’ tardi, è poco. E ora Don Verzè è
morto e il San Raffaele forse non si fa più, che doveva sorgere proprio a
Taranto, “ma noi abbiamo bisogno di un ospedale privato o di far funzionare
quelli pubblici, mi dica?” domanda l’ingegner Biagio
De Marzo. Un uomo serissimo e inflessibile, una miniera di dati e di sapere. Per
anni dirigente Ilva, prima responsabile della manutenzione dell’area ghisa,
quella più pericolosa, poi dell’intero stabilimento. Un “pentito” dell’Ilva. “Un
giorno, qualche anno fa, mi hanno chiamato da Peacelink per chiedermi un parere
sui dati della diossina. E’ stata una folgorazione. Ma come? Ho lavorato tutta
la vita sotto quella ciminiera e di questi dati non sapevo nulla? Ho
controllato, ho capito, mi sono sentito ingannato, mi sono messo al lavoro
perché non si ingannino gli altri”. De Marzo guida Altamarea, associazione
fucina di interrogazioni al ministero, alle commissioni parlamentari, esposti in
prefettura, al sindaco e al governo. Tutto quel che c’è da sapere è lì. Del
resto è da Peacelink, con cui collabora, che tutto questo è partito. 
Dall’analisi sul
formaggio delle masserie fatto fare da loro: erano pieni di diossina, i
formaggi. Sono state abbattute migliaia di pecore, gli allevatori risarciti con
un’elemosina hanno fatto ricorso, il tribunale ha disposto una sua perizia ed
ecco finalmente i dati, questi non di parte. I dati dei periti del Tribunale. La
diossina nel latte è a livelli altissimi e ha un’impronta digitale identica, è
sempre la stessa. Da dove arriva?, si sono chiesti all’ombra delle canne fumarie
bianche e rosse. L’inchiesta di Patrizia Todisco è cominciata così. Sotto lo
sguardo di Franco Sebastio, il capo della Procura, che da tutta la vita batte
sulle ombre dell’Ilva: se a questo siamo è per l’ostinazione di chi, quando non
si usava, non ha avuto paura. Quando non si usava è quando  –  dieci anni fa  – 
Giuseppe Corisi, operaio, ha fatto mettere davanti a casa sua, in via de
Vincentis ai Tamburi, quaranta metri dalla fabbrica, una lapide che è ancora lì,
annerita. “Nei giorni di vento da Nord veniamo sepolti da polveri di minerale e
soffocati da esalazioni di gas provenienti dalla zona industriale Ilva. Per
tutto questo gli abitanti MALEDICONO coloro che possono fare e non fanno nulla
per riparare”. 
Maledicono, maiuscolo. Che siate maledetti: la rabbia
e l’impotenza insieme. Giuseppe è morto l’8 marzo di quest’anno per un tumore ai
polmoni, a 64. Non gli hanno riconosciuto la malattia professionale, la famiglia
non avrà indennizzo. Una fatalità. Aprono la porta di casa Graziella, la vedova,
le figlie Stefania e Sabrina, il genero Luciano, i nipoti Angelo, Giuseppe,
Suami e Gaia. Angelo, 13 anni, racconta che il giorno prima di morire il nonno
era seduto lì, su quella poltrona, e lo aiutava a scrivere il tema “Parla di una
persona che ammiri”. “Io avevo deciso di farlo sul nonno, che ha combattuto
sempre e  –  ho scritto  –  combatte ancora contro l’inquinamento del minerale
che ci uccide. Nonno mi ha detto ‘Angelo, prometti che dopo potrò contare su di
te, che non ti arrenderai’. Io non ho capito dopo cosa, perché nonno stava bene.
Però l’indomani, il lunedì, è andato all’ospedale e il pomeriggio è morto e io
non l’ho visto più, l’ultima volta è stato su quella poltrona e rideva”.
L’ultimo giorno, il lunedì, Giuseppe Corisi ha telefonato a casa e ha chiesto a
sua moglie che affiggessero sotto la loro finestra, proprio davanti alla lapide
della maledizione, un’altra lapide. L’aveva fatta preparare dagli amici.
Graziella, la vedova: “Voleva che ci fosse scritto il numero. Non il suo nome,
ma il numero. ‘Morto numero … per neoplasia polmonare’. Ma il numero non c’è
perché non si sa quanti sono. Non lo possiamo sapere. Allora ha detto: mettete
ennesimo. Mettetela subito”. 
Quando si affacciano tutti alla finestra per salutare,
gli otto Corisi, si affacciano su quella lapide. Qui viveva Giuseppe, “ennesimo
morto per neoplasia polmonare”. Dietro un’ipocrita inutile barriera di alberi 
–  le “colline ecologiche”, buone per la coscienza di qualcuno  –  che separa la
casa dalle montagne di polvere di acciaio. Nel ’60 si decise di collocare a
ridosso della città e non al lato opposto della fabbrica, come sarebbe stato
logico e dovuto, la zona di stoccaggio e di prima lavorazione a caldo. Si
risparmiava qualche metro di nastro trasportatore dei materiali dal porto, così.
Il “peccato originale”, quella decisione, occultata dall’immediata costruzione
della basilica di Gesù divin lavoratore. Una grande chiesa, un grande mosaico
con Gesù circondato di operai. Che benedizione, il lavoro. I Corisi, dalla
finestra sulla lapide che MALEDICE, salutano.

Storie di inciuci, tangenti, impianti siderurgici, salute pubblica a Taranto (Puglia, Italia)

Corriere del Giorno

 La storia delle
tangenti Ilva

Il consulente della procura accusato d’aver
intascato una “mazzetta” da 10mila euro. Il responsabile dell’Arpa, Giorgio
Assennato, che diventa un obiettivo da “distruggere”. Le ispezioni della
Commissione ministeriale che devono essere “pilotate”. Non soltanto inquinava,
l’industria della famiglia Riva, ma adottava un sistema volto a eludere i
controlli, a condizionare le verifiche, a premere sull’Agenzia regionale, sulla
Regione e sul Governo, per non subire danni. Il motore di queste operazioni,
secondo l’accusa, è il dirigente dell’Ilva Girolamo Archinà, in grado anche di
“ricevere notizie riservate – in quanto coperte dal segreto istruttorio –
sull’andamento delle indagini”. Gli indagati ormai sarebbero una dozzina.
Il gip Patrizia Todisco aveva già sottolineato come,
tra il 2003 e il 2006, l’Ilva avesse firmato ben quattro atti d’intesa “volti a
migliorare le prestazioni ambientali” operando, invece, soltanto un inefficace
“maquillage”. Il sistema partiva dall’interno dell’industria: Todisco segnala
che quattro responsabili delle aree, “forti del sostegno della ‘proprietà’ e
ossequiosi alle indicazioni che ricevevano”, cedevano “alla logica del profitto
personale” e reprimevano “ogni rigurgito di coscienza”. Ma nell’informativa
redatta dalla Guardia di Finanza si trova anche di più. Man mano che l’inchiesta
della procura va avanti, che l’Arpa diventa più esigente, il sistema si muove
all’esterno, decide di corrompere il consulente della procura, professor Lorenzo
Liberti.
E la Gdf scopre che Girolamo Archinà , dirigente
dell’Ilva, passa a Liberti, in un autogrill diAcquaviva delle Fonti, una busta
che – secondo l’accusa – contiene 10mila euro in contanti. “Rappresenta la
classica mazzetta”, scrivono gli investigatori, sottolineando che Liberti,
“alcune settimane prima, aveva consegnato una relazione preliminare che
allontanava il sospetto che l’inquinamento da diossina (che aveva contaminato le
pecore delle terre vicine, ndr) potesse essere opera dell’Ilva”. Poi
la Gdf aggiunge: “E’ assolutamente pacifico che l’Ilva, alla luce della perizia
del consulente, sia stata favorita nell’ambito del procedimento penale (…)
sull’inquinamento da diossina nelle aree circostanti lo stabilimento, come è
altrettanto evidente che la somma che Liberti ha ricevuto da Archinà rappresenti
il compenso, o parte di esso, che l’Ilva gli ha riservato per gli esiti della
predetta consulenza”.

Qualche video Utile per capire meglio i
personaggi

Ilva, il passaggio della busta tra Archinà e il perito

Nelle
immagini Girolamo Archinà, l’ex responsabile delle relazioni istituzionali di
Ilva, incontra il perito della procura Lorenzo Liberti, incaricato dai pm con
altri due esperti di individuare la fonte dell’inquinamento dei terreni in cui
pascolavano capre e pecore risultate contaminate da diossina e pcb. Il faccia a
faccia avviene il 26 marzo del 2010 nella stazione di servizio Le Fonti est, nei
pressi di Acquaviva lungo l’autostra A14. Archinà consegna al perito una busta
bianca. Secondo gli inquirenti, in quella busta ci sono diecimila euro in
contanti che il dirigente dello stabilimento avrebbe pagato per ammorbidire il
giudizio di Liberti sulle emissioni inquinanti dello stabilimento. L’episodio
rientra nell’inchiesta “environment sold out”, ambiente venduto ed ora è
confluito nell’indagine per disastro ambientale scoppiata con il sequestro degli
impianti dell’area a caldo dell’Ilva
di MARIO DILIBERTO

Si incontrano nel retro di un a stazione di servizio
e parlano a lungo, si scambiano una busta; un caffe e via. Ecco il video
dell’incontro tra Girolamo Archinà, l’ex responsabile delle relazioni
istituzionali di Ilva e il perito della procura Lorenzo Liberti, incaricato dai
pm con altri due esperti di individuare la fonte dell’inquinamento dei terreni
in cui pascolavano capre e pecore risultate contaminate da diossina e pcb.

GUARDA IL VIDEO

Il faccia a faccia avviene il 26 marzo del 2010
nella stazione di servizio Le Fonti est, nei pressi di Acquaviva lungo
l’autostra A14. Archinà consegna al perito una busta bianca. Secondo gli
inquirenti, in quella busta ci sono diecimila euro in contanti che il dirigente
dello stabilimento avrebbe pagato per ammorbidire il giudizio di Liberti sulle
emissioni inquinanti dello stabilimento. L’episodio rientra nell’inchiesta
“Environment sold out”, ambiente venduto, ed ora è confluito nell’indagine per
disastro ambientale scoppiata con il sequestro degli impianti dell’area a caldo
dell’Ilva.


Al centro dell’ inchiesta l’ipotesi
di corruzione in atti giudiziari
del perito della procura Liberti,
allora preside della facoltà di Ingegneria di Taranto. Secondo quanto ricostruito e ipotizzato
dagli investigatori, Liberti avrebbe ricevuto da Archinà una mazzetta di
diecimila euro nel parcheggio dell’autogrill lungo l’autostrada tra Bari e
Taranto. Quei soldi, secondo la Finanza, servivano ad “aggiustare” la perizia
che il professore avrebbe di lì a poco depositato. “Ci siamo visti per discutere
di cose che riguardavano la facoltà” è la difesa del professore, che continua a
dirsi assolutamente. Dagli atti giudiziari emerge però anche un altro
particolare, e cioè che Liberti aveva con l’ Ilva non soltanto rapporti
istituzionali, in quanto preside della facoltà. Ma tramite una società di
consulenza, della quale secondo la Finanza era capo occulto, anche rapporti di
natura commerciale: in sostanza, l’ Ilva era una sua cliente. L’ azienda è la
Teta srl. 
Il vertice in procura –
“L’obiettivo resta quello di risanare”. Nuovo vertice al Palazzo di
giustizia di Taranto tra il procuratore, Franco Sebastio, il procuratore
aggiunto, Pietro Argentino, i custodi giudiziari degli impianti dell’area a
caldo dell’Ilva sottoposti a sequestro, il presidente del Siderurgico Bruno
Ferrante (che riveste anche il ruolo di amministratore giudiziario) e il
comandante del Noe di Lecce Nicola Candido. I magistrati che si occupano
dell’inchiesta per disastro ambientale a carico dei vertici dell’Ilva hanno
fatto il punto con i custodi sul piano di interventi da eseguire e sullo stato
degli impianti. La produzione dello stabilimento di Taranto, al momento, si
attesta sul 70%, come confermato nei giorni scorsi dallo stesso presidente
dell’Ilva. I custodi dovranno stabilire se il piano di risanamento potrà
avvenire con gli impianti in marcia o al minimo della produzione, o se gli
stessi dovranno essere spenti.
“I magistrati inquirenti, che sono
responsabili dell’esecuzione dei provvedimenti, hanno dato delle indicazioni
precise, operative, dando obiettivi che sono quelli soprattutto di contenimento
delle emissioni”, ha spiegato Ferrante. “Adesso – ha aggiunto – spetterà ai
custodi tecnici, e a me, operare collegialmente riferendo ovviamente al
procuratore della Repubblica e operare nel senso indicato da loro. L’obiettivo
posto dal Tribunale del Riesame e dal gip è quello di risanare in senso
ambientale gli impianti e dobbiamo lavorare in questa direzione”. “Il sequestro
preventivo disposto prima dal gip e poi dal Riesame – ha precisato Ferrante –
parla del sequestro degli impianti ai fini del risanamento e della messa in
sicurezza. Nessuno ha mai pensato alla facoltà d’uso. Non è un termine che compare ma si
parla di utilizzo a quei fini”. 




Una perizia dà ragione agli abitanti di un
condominio che hanno avviato un’azione civile

Abitazioni deprezzate, azione risarcitoria
contro Riva

Nel punto più vicino, il condominio di via De
Vincentiis, al quartiere Tamburi di Taranto, dista 265 metri dal gigante
d’acciaio, da punto più vicino e 575 da quello più distante. Non c’è vento che
salvi gli abitanti da folate di polveri e fumi; le montagne dei parchi sono
troppo vicine. Di conseguenza, gli inquilini sono costretti a chiudersi in casa
anche quando fa caldo. Le palazzine, invece, sono costantemente esposte alle
polveri. Risultato: facciate, balconi e terrazzi ricoperti da uno strato di
polvere bruno-rossastra e palazzi deprezzati, come viene spiegato in una perizia
che dà ragione ai proprietari, promotori di un’azione risarcitoria dinanzi al
tribunale civile. Hanno presentato il conto dei danni a Emilio Riva (all’epoca
presidente del gruppo) e sulla loro richiesta (formulata dagli avvocati Eligio
Curci e Masimo Moretti) si esprimerà il giudice Marcello Maggi. La prossima
udienza del “processo pilota” sulle richieste di risarcimento danni all’Ilva è
fissata a dicembre.
L’esito della perizia dà ragione ai condomini. Il
consulente tecnico nominato dal giudice, l’ingegnere Giambattista De Tommasi,
docente dell’Università di Bari, nella sua relazione, spiega di aver accertato
che le polveri sono quelle dei parchi e gli immobili risultano svalutati.
Il
perito ha effettuato diversi prelievi di campioni di polveri su terrazzi,
pianerottoli, balconi, grondaie e facciate dell’edificio in questione. A ciò si
aggiungono ulteriori prelievi effettuati lasciando per sedici giorni consecutivi
dei contenitori sulle terrazze del condominio. Inoltre, il perito ha prelevato
anche altri campioni di polveri dai parchi minerali dell’Ilva. Tutti i campioni,
26 complessivamente, sono stati poi analizzati con diverse tecniche d’indagine
nel laboratorio specializzato in diagnostica dei beni culturali dell’Università
di Bari.
Gli accertamenti sulla composizione chimica hanno
evidenziato la presenza delle stesse sostanze, ossia carbone, magnetite,
ematiche, biossido di silicio e carbonato di calcio, sia nei campioni prelevati
su balconi, terrazzi e facciate del condominio di via De Vincentiis sia in
quelli provenienti dai parchi dello stabilimento siderurgico.
“In
conclusione, si evidenzia una stretta correlazione – si legge – tra le sostanze
chimiche rinvenute nei prelievi effettuati presso lo stabilimento Ilva e le
sostanze chimiche quantitativamente prevalenti nei campioni prelevati in vari
punti del condominio De Vincentiis; se pur è vero che le sostanze quali ematite,
biossido di silicio e silicati sono relativamente ubiquitarie, è accertato che
le quantità percentuali di ematite e carbone riscontrate nei prelievi effettuati
nelle varie zone condominiali sono significativamente elevate e
quantitativamente determinabili senza alcun pre-trattamento e pre-concentrazione
dei campioni”.
Inoltre, scrive il perito, “caratterizzante è la presenza di
magnetite riscontrata nelle polveri dei palazzi condominiali (e nel campione
Ilva prelievo 7) non essendo questa una sostanza ubiquitaria nè caratteristica
del generico inquinamento ambientale”.
Il consulente ritiene che “pur volendo
considerare, con ampio margine di sicurezza, che alcune sostanze in questione
possano essere presenti come ‘rumore di fondo’ in molteplici situazioni, l’alta
concentrazione rilevata, la corrispondenza come ‘marker’ ai parchi minerali
dell’Ilva e la coerente globalità dei dati, che deriva dall’esame complessivo
delle indagini chimiche, consente di affermare la stretta corrispondenza delle
polveri esaminate con quelle presenti nei parchi minerali dell’Ilva”.
Le
conseguenze per gli immobili sono state quantificate. Gli appartamenti risultano
notevolmente deprezzati, in una misura che oscilla fra un quarto e un quinto del
valore commerciale, stando alle stime della perizia.
Il calo dei prezzi di
mercato delle abitazioni dei Tamburi è emerso anche da un’inchiesta del
“Corriere” pubblicata alcune settimane fa. In alcune zone, sui portoni dei
palazzi sono stati affissi i cartelli con  la scritta “vendesi”. Gli abitanti,
evidentemente, hanno preferito trasferirsi altrove, soprattutto per
salvaguardare la salute dei bambini. Ma l’offerta, per ovvi motivi, è nettamente
superiore alle richieste e i prezzi degli immobili sono crollati.
Non è
l’unica azione di Davide contro Golia. Anche gli abitanti di altre palazzine del
quartiere,  una in via Manzoni, un’altra in via Merodio e una terza in via Mar
Piccolo, hanno presentato denuncia. Cinque le persone offese nel procedimento
avviato dal pm Daniela Putignano che ha emesso decreto di citazione a giudizio
nei confronti di Emilio Riva contestando due ipotesi di reato, l’immissione
nell’ambiente di fumi e polveri e il deturpamento e l’imbrattamento di cose
altrui.
E un’altra inchiesta potrebbe sfociare nel processo principale: 135
abitanti di via Galeso hanno presentato denuncia per gli stessi motivi.

TUTTE LE MAZZETTE DISTRIBUITE
DA GIROLAMO ARCHINA’

Il
Corriere della Sera pubblica una lista di regalie con cui l’Ilva di Taranto
gestiva il consenso nella zona.

Spiega
il quotidiano: 

Gesti
che non comportano alcun reato, ma che secondo la Guardia di finanza indicano
quanto elevato fosse il budget a disposizione di Girolamo Archinà, il capo delle
relazioni pubbliche dell’azienda accusato di fare pressioni sulle istituzioni
per favorire in ogni mo

do l’acciaieria. E la lista indica anche quanto
estesa fosse la rete di contatti «sociali » dell’Ilva nel territorio. L’elenco è
stato consegnato agli inquirenti da Francesco Cinieri, dal 1986 responsabile
della contabilità dello stabilimento siderurgico.
Secondo i magistrati in quella lista di donazioni e
acquisti di regali per amici e giornalisti, è stata contabilizzata come «spese
di direzione» anche la mazzetta da diecimila euro che Archinà avrebbe pagato al
consulente tecnico della procura, Lorenzo Liberti, perché «addolcisse» le sue
considerazioni sull’inquinamento…



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«Io,
operaio delle cockerie dell’Ilva, mi chiedo: che fine farò?»



Chiara Rizzo

Adelio, 45 anni, 18 dei quali vissuti lavorando nelle cockerie dell’Ilva: «In
questo periodo succede anche a noi di avere l’angoscia di venire a lavorare. Ma
qui non produciamo cioccolatini, conosciamo i rischi. E dal ’94 dei
miglioramenti sono stati fatti”

«Io, operaio delle cockerie dell’Ilva, mi chiedo: che fine farò?»

 

agosto 29, 2012 Chiara Rizzo

Adelio, 45 anni, 18 dei quali vissuti lavorando nelle cockerie dell’Ilva: «In
questo periodo succede anche a noi di avere l’angoscia di venire a lavorare. Ma
qui non produciamo cioccolatini, conosciamo i rischi. E dal ’94 dei
miglioramenti sono stati fatti»




Dai parchi minerali, la sabbia grigiastra (il materiale ferroso
grezzo) – che se si leva il vento si disperde per i quartieri circostanti
insozzando le case e appesantendo i polmoni – viene trasportata con il carbon
fossile nelle dieci batterie di forni, macchine di fuoco sempre accese, che in
una serie di fasi trasformano la polvere in coke metallurgico, pronto ad essere
trasferito negli altiforni. Siamo nelle cockerie dell’Ilva, l’area dove si
lavora la “materia prima” delle acciaierie più grandi d’Europa: la stessa area
che è stata sottoposta insieme ad altre a sequestro dal Gip Todisco e dal
tribunale del riesame. Le perizie indicano la cockeria come cuore rovente
dell’inottemperanza alle norme ambientali da parte della famiglia Riva: secondo
i giudici «il controllo è discontinuo» sulle emissioni di inquinanti cancerogeni
come l’Ipa, il benzene, e altre polveri disperse. Ma gli operai, malgrado le
notizie allarmanti che viaggiano a tutte le ore sulla loro stessa salute, non
solo si presentano qui puntuali tutti i giorni, ma da qui non vogliono
andarsene. Finito il primo turno, nel pomeriggio, sulla piazzola davanti
all’Ilva si fermano a chiacchierare. Si respira aria di angoscia. «La domanda
che ci facciamo più spesso è che fine faremo», racconta Adelio, un operaio della
cockeria, che con il suo racconto “apre le porte” dell’Ilva a tempi.it, proprio
mentre il tribunale del riesame ha accolto il ricorso dell’Ilva e riconfermato
Bruno Ferrante nel pool di custodi dell’impianto. «Io lavoro qui dal 1994,
quando i Riva ancora non c’erano – prosegue Adelio, 45 anni, 18 dei quali
vissuti qui –. Io allora ero dipendente di un’azienda dell’indotto che aveva un
appalto nel settore cockeria. Quando l’azienda ci mise in cassa integrazione, è
stata proprio l’Ilva a riassumerci tutti. È anche la nostra azienda,
questa».

Qual è stata la situazione dell’area cockeria che lei ha visto in
questi anni?

Nel nostro reparto, dal 2004 ad oggi, i Riva hanno
inserito diversi macchinari sempre più evoluti. Oggi è il reparto nell’occhio
del ciclone giudiziario. Ricordo che nel ’94 non si poteva stare. C’era da
prendersi paura. L’aria era inquinante, lo avvertivamo a pelle, era molto
pesante. Fumi e gas erano visibili ad occhio nudo ed erano emessi dalle batterie
di forni. Ora le macchine sono nuove, e questo gas non è più visibile: ci sono
caricatrici o fornatrici che sono digitalizzate, con aria condizionata, e non
entrano polveri o gas grazie a porte sigillate. Queste modifiche sono state
fatte più o meno a partire dal 2000.

Eppure nell’ordinanza del tribunale del Riesame, proprio rispetto
alle cockerie, si legge che i carabinieri del Noe, nel corso di un’ispezione nel
2011 hanno «notato personalmente la generazione di emissioni fuggitive
provenienti dai forni, che una volta aperti per far fuoriuscire il coke
distillato, lasciavano uscire dei gas del processo che invece avrebbero dovuto
essere captati da appositi aspiratori». Voi operai non notate queste
emissioni?

Sinceramente, noi non possiamo addentrarci in questo
livello tecnico. Ma confermo quello che ho già detto: dal ’94 ad oggi l’area
cockeria è tutt’altra cosa. Poi che qui non produciamo cioccolatini ma carbone,
noi operai lo sappiamo bene. Immagino che nelle acciaierie possano esserci fughe
di gas, a causa di un’operatore non abile, o perché qualche tubo si intasa. Non
posso entrare nel merito della consulenza dei periti al gip e sicuramente questo
è un reparto da cui possono fuoriuscire i gas. Ma, ad esempio, i Riva hanno
cercato di migliorare la situazione. Sono state chiamate delle ditte che
lavorano in appalto. Sul lato macchine del forno coke, c’è una porta che si
chiude quando viene caricato il carbon coke. Dopo la chiusura, ci sono degli
operai incaricati proprio di controverificare la chiusura ermetica, con martelli
per tamponare lo sportello e una malta speciale. C’è sicuramente qualcos’altro
da migliorare, e noi operai siamo felici che venga fatto, perché i benefici per
la salute sono importanti. L’altro ieri, ad esempio, la commissione per la nuova
Aia (autorizzazione integrata ambientale) ha sequestrato un forno perché c’era
un tubo di sviluppo intasato, che ovviamente emetteva fumi. Ecco: con un po’ di
criterio, notato che il tubo è intasato, si può smettere di caricarlo per un
giorno, per disintasarlo. Non è una cosa che succede spesso d’altra parte,
dipende dall’attenzione del singolo dipendente che spesso riesce a
prevenire.

Sempre nell’ordinanza del Riesame sul sequestro degli impianti, si
legge di un’analisi dell’Università di Bari che «ha evidenziato come i
lavoratori della batteria A risultassero i più esposti» agli inquinanti,
rispetto a quelli delle batterie B e C. Personalmente ha conosciuto qualche
collega che si è ammalato?

Io ho amici e parenti che sono morti di
tumori ai polmoni, eppure non lavoravano all’Ilva, né vivevano a Taranto. Non ho
conosciuto personalmente operai che si sono ammalati all’Ilva, ma ognuno di noi
ha certo anche la paura di lavorare in un’industria dove sai di poterti
ammalare. L’ambiente è questo, non c’è dubbio: un’industria con un tasso di
inquinamento superiore alle norme. Non è che noi operai non sentiamo queste
notizie o rimaniamo indifferenti. Anzi, in questo periodo a volte ci succede, a
me per primo, di avere l’angoscia improvvisa di andare a lavorare. Ma ho anche
una domanda: perché dei tumori e delle malattie tutti se ne accorgono solo
adesso? E perché mai niente succedeva quando questa era Italsider e apparteneva
allo Stato? Ovvio che la salute è importante, ma oggi vedo un po’ di accanimento
su quest’azienda.

Secondo i periti medici chiamati dal Gip, in sei anni sono attribuibili
alle emissioni dell’Ilva, nei quartieri tarantini di Borgo e Tamburi, 91 morti,
160 ricoveri per malattie cardiache e 219 per malattie respiratorie. Tra il 1998
e il 2010 si sono contati 386 decessi totali attribuibili alle emissioni, e 237
casi di tumori maligni, come 937 casi di malattie respiratorie, in gran parte
riferiti a pazienti in età pediatrica. Che effetto fa a voi lavoratori sentire
queste notizie?

Sentire tutte queste notizie ci addolora e, come
dicevo, ci spaventa. Noi le abbiamo sempre sentite, non è questa la prima volta.
Ma anche questa situazione la si viveva come tutte le altre cose che riguardano
la morte e il pericolo. Abbiamo sentito anche dei pericoli legati ad altre
realtà, come l’Eni o l’Agip o la marina, e si continuava. Poi, man mano che si è
entrati nello specifico di queste situazioni dolorose, anche il nostro punto di
vista si è approfondito. Si è formato un gruppo di operai Ilva, i “lavoratori
pensanti” si chiamano, che da tempo denunciano pubblicamente i danni fatti
dall’Ilva. Adesso che ogni giorno non si parla che dell’Ilva, è normale che
tutti noi siamo preoccupati ancora di più per la salute. Prima andavamo a lavoro
forse quasi senza accorgercene, senza pensare a questi aspetti, adesso invece ci
stiamo informando.

Qual è la situazione oggi nella cockeria?

Si lavora
regolarmente: ci sono i sigilli alle batterie, ma per fortuna grazie alle
convenzioni il lavoro continua. Tra di noi, quello che ci chiediamo sempre è
“che fine faremo?”. La salute è importante, ma anche il lavoro lo è, anche
perché qui l’unico escamotage che abbiamo per vivere è questa azienda. La
sentiamo come nostra azienda. Io la sento anche parte della vita, me ne sento
partecipe. Certo, a chi di noi non piacerebbe uscire dall’Ilva e andare da
un’altra parte, più sicura e tranquilla? Ma con questa disoccupazione che c’è in
giro, dove ce ne andiamo?

Le vostre famiglie come vivono questo periodo?

Sono
preoccupatissime. È normale. Mia moglie, sentendo le notizie in tv, ora è anche
più tesa per la mia salute. Un’angoscia che si somma a quella per il lavoro.
Quello che noi operai chiediamo è di sistemare le cose per il nostro bene
adesso, ma anche dei nostri figli e del loro domani. Magari vorranno lavorare
all’Ilva, e ne troveranno una nuova, con un altro approccio e una situazione
migliore. Perché si può migliorare sicuramente: nella cockeria è possibile
effettuare dei miglioramenti senza spendere nulla. I Riva hanno uno stabilimento
di acciaio anche in Germania, e lì sono i primi in tutela dell’ambiente: come
fanno lì non lo possono anche qui da noi?

Voi operai cosa ne dite? Perché non è avvenuto?

Noi operai diciamo che c’è stato un “mangia mangia”
di tutti. A cominciare dallo Stato e dagli enti: io non credo che prima non si
potevano fare delle migliorie o che non si conoscessero i problemi per la
salute. Ma prima dove erano tutte queste persone? Dov’erano quelli che,
giustamente, oggi denunciano dappertutto la diossina e gli inquinanti? Perché
non mantenevano alta l’attezione come adesso? Ecco: la risposta a queste
domande, è quello che noi operai intendiamo per “mangia
mangia”.

http://www.tempi.it/io-operaio-delle-cockerie-dellilva-mi-chiedo-che-fine-faro 

 

 

DISASTRO AMBIENTALE A ISOLA DELLE FEMMINE PERICOLO PER LA SALUTE UMANA

I CITTADINI DI ISOLA DELLE FEMMINE SONO STANCHISSIMI DI SUBIRE QUESTA GRAVISSIMA SITUAZIONE DI DEGRADO E DI CONTINUO PERICOLO PER LA PROPRIA SALUTE.

CARO SINDACO PROFESSORE GASPARE SIGNOR PORTOBELLO NOI CITTADINI NON VOGLIAMO PAGARE

 

UN BENE COMUNE LA PALESTRA COMUNALE FONTE DI REDDITO E DI SPECULAZIONE PER I SOLITI IGNOTI

Il Consigliere Dionisi nella seduta del Consiglio Comunale del 18 maggio 2012, a proposito della gestione di un BENE PUBBLICO da parte della Body Center riconduicibile a parenti vicini all’assessore DOTTORE Riso Napoleone, afferma
Allegato: Delibera c.c. n.20.pdf (64 kb) File con estensione pdf

“… In data 26/7/1994 è stato affidato l’impianto ad una società sportiva la Body Center di cui l’Assessore faceva parte con l’attuale moglie. Il canone allora previsto era una miseria. Faccio presente che la palestra è stata affittata ad un canone di £. 2.400.000 annuo ed il campo sportivo per £. 1.200.000 annuo. Non mi sembra che da allora sino ad oggi la palestra sia stata aperta ai cittadini di Isola a titolo gratuito anzi sono in possesso di bollettini della finanziaria Fidi Italia che già nel 1999/2000 si pagava £.40.000 al mese.
Non si spiega perché non c’è nella convenzione come mai la palestra sia stata collegata ad uno spogliatoio del campo comunale che è diventato parte integrante della palestra.
Voglio sapere se sono state chieste le autorizzazioni comunali alla sovrintendenza per questo accorpamento, e poi vorrei sapere come mai è stato lasciato libero il campo sportivo dopo che lo aveva in concessione; presumo per mancanza di acquirenti.
Non mi risulta che in base a questa convenzione e al vecchio regolamento sia stato pagato il consumo di acqua e luce per ben 18 anni, ma sicuramente lo abbiamo pagato tutti i cittadini di Isola delle Femmine. Sicuramente la mia proposta di Regolamento e l’emendamento integrativo hanno dato fastidio.
Come ha detto il Capogruppo il Regolamento proposto è farraginoso ma sicuramente è stato predisposto nell’interesse dei cittadini di Isola delle Femmine perché prevede a favore delle casse comunali un canone annuo di € 18.000 per la palestra e € 6.000 per il campo sportivo.
Sicuramente oggi mi sarei aspettato un dibattito sui canoni ma non di sentirmi dire che il mio impegno nel proporre questo argomento, cosa che non rovisto fare a nessun altro Consigliere, sia stato inutile e di scarsa copiatura.
Sono fiero di aver fatto “copia e incolla” di due regolamenti di impianti sportivi di altre due cittadine della nostra Regione dove i canoni gestionali sono aderenti alla realtà dei costi privati e dove è previsto che i cittadini di Isola non debbano più pagare l’acqua e la luce degli impianti sportivi sino ad ora gestiti dalla Body Center.
Per tali motivi, chiedo al Presidente del Consiglio che trasmetta tutto il carteggio inerente alla gestione degli impianti sportivi al Procuratore della Repubblica di Palermo affinché verifichi quanto da me esposto.”

Allegato: allegato Delibera cc n.20.pdf (183 kb) File con estensione pdf

Da una ricerca effettuata presso l’Ufficio Tecnico Comunale “sembra” che NESSUN atto autorizzatorio sia stato concesso per l’accorpamento degli spogliatoi con la palestra della Body Center. Al fine di non ingenerare dubbi  e perplessità sulla liceità di quanto “costruito”, da parte della Body Center, chiediamo alla direzione della stessa  di voler rendere pubblico l’atto in questione.
Durante la seduta del Consiglio Comunale del 18 maggio 2012 à stata lanciata un’accusa precisa e circostanziata nei confronti dell’Assessore allo sport il dottore Riso Napoleone.

L’utilizzo di un BENE PUBBLICO a fini di lucro personale  e di famiglia.

Bene ha fatto l’Assessore a preannunciare una sua querela nei confronti del Consigliere Dionisi. 

Ad OGGI “SEMBRA” !  che nessuna querela sia stata presentata. 
Dar credito a quanto di illegale sarebbe stato perpetrato ai danni della Comunità di Isola delle Femmine,  sarebbe cosa di una gravità inaudita e potrebbero ravvedersi in tale condotta   ipotesi di reati di varia natura.   
Pino Ciampolillo
ARGOMENTI CORRELATI:

L’Assessore Napoleone Dottor Riso chiede che venga messa a verbale la seguente dichiarazione:

L’Ass. Riso chiede che venga messa a verbale la seguente dichiarazione:

 

ESTRATTO COPIA DI DELIBERAZIONE DEL CONSIGLIO COMUNALE N. 20 DEL 18/05/2012

Delibera c.c. n.20.pdf (64 kb) File con estensione pdf

“Mi riservo di querelare il Vice Presidente Dionisi per calunnia e supposizioni false, stante che da quando ho cominciato il percorso politico mi sono dimesso dall’Associazione Body Center e dal 2009 nessun componente della mia famiglia risulta far parte della Body Center. Riferendomi ai tempi in cui facevo parte della Body Center preciso che la struttura che collega la palestra agli spogliatoi è stata regolarmente autorizzata dall’allora Sindaco Stefano Bologna. Per quanto riguarda  pagamenti delle bollette di luce, acqua e spazzatura il Vice Presidente può verificare che la Polisportiva paga regolarmente tutto, tant’è che nonostante le comunicazioni fatte dai gruppi direttivi da cui si evince che non faccio parte della Polisportiva, le bollette continuano ad arrivare a nome di Lucido Maria Stella. Per quanto riguarda le quote degli Associati, si è nel rispetto pieno del regolamento che prevede che tutte le associazioni esistenti nel territorio utilizzino l’impianto a titolo gratuito, tant’è che la palestra è stata utilizzata da tutte le Associazioni che ne hanno fatto richiesta per le loro attività (scuola di pattinaggio, calcio, ecc.). per quanto riguarda il chiarimento, la Body Center ha vinto una regolare gara e, in quanto non esisteva una squadra di calcio, la Società ha partecipato per l’affidamento di un unico impianto, fino a quando, costituitasi la Società di calcio, la Body Center ha ceduto alla stessa il campo di calcio. In merito ai canoni il Consigliere non capisce la valenza sociale dello sport dove l’aspetto economico non è quello da valutare maggiormente. La Società che gestisce un impianto ha delle spese da sostenere, come dimostrato da tutta la documentazione. Il Vice Presidente, peraltro, va a determinare i canoni anche per il campo di calcio e la pista di pattinaggio”.


Assessore Dottore Riso Napoleone ad OGGI NESSUNA querela è stata presentata  nei  confronti di chi l’ha accusata di aver utilizzato per scopi non rispondenti ai principi ed ai valori della gestione della COSA PUBBLICA.

ASSESSORE Riso Dottore Napoleone Lei sa benissimo che in questa particolare fase della vita democratica di Isola delle Femmine – vedasi  la presenza nel NOSTRO Comune della commissione prefettizia – non si può, in particolare da parte di chi come Lei amministra, ingenerare dubbi di legittimità e di illegalità nella GESTIONE DELLA COSA PUBBLICA.

RESTIAMO IN  ATTESA  

Pino Ciampolillo

ARGOMENTI CORRELATI:

ESTRATTO CUSTODIA CAUTELARE ADDIO PIZZO 5

ESTRATTO CUSTODIA CAUTELARE ADDIO PIZZO 5

La partecipazione di BRUNO Pietro all‘associazione mafiosa Cosa Nostra è asseverata dalla sentenza emessa dal G.U.P. di Palermo in data 20.12.2000, divenuta irrevocabile in data 7 ottobre 2003. Le motivazioni del predetto provvedimento giudiziario certificano l‘appartenenza dell‘indagato alla famiglia mafiosa di Isola delle Femmine, territorio rientrante nel mandamento mafioso di Tommaso Natale-San Lorenzo, diretto da Salvatore e Sandro LO PICCOLO. Il grave ed univoco quadro indiziario a carico del BRUNO in ordine alla attualità del suo contributo all‘interno dell‘organizzazione mafiosa promana dalle precise e convergenti dichiarazioni dei collaboratori di giustizia FRANZESE Francesco, NUCCIO Antonino, PULIZZI Gaspare e SPATARO Maurizio. Nell‘interrogatorio del 24 dicembre 2007 FRANZESE, in sede di individuazione fotografica, pur non riconoscendolo, ha indicato BRUNO come l‘attuale responsabile della famiglia mafiosa di Isola delle Femmine, riunita a quella di Capaci. Interrogatorio di FRANZESE Francesco 24 dicembre 2007 FOTO N. 3: Non riconosco l‘uomo, credo che si tratti di un soggetto di Capaci. L‘ufficio da atto che la foto ritrae BRUNO Pietro nato a Isola delle Femmine il 18.11.1946. Dopo avere udito il cognome FRANZESE dichiara di avere appreso da Salvatore e Sandro LO PICCOLO che Pietro BRUNO era il responsabile del territorio di Capaci e di Isola delle Femmine. Ricordo in particolare che in ordine alla dazione di una somma di denaro da parte di un negoziante di piastrelle di Capaci, Gerardo PARISI chiese, in mia presenza, l‘intervento dei LO PICCOLO che riferirono che se ne sarebbe occupato proprio Pietro BRUNO. Successivamente ho appreso da Gerardo PARISI che effettivamente il BRUNO si era interessato, ottenendo il denaro sollecitato. La medesima propalazione accusatoria nei confronti di BRUNO era ripetuta da FRANZESE in data 4 aprile 2008: Interrogatorio di FRANZESE Francesco 4 aprile 2008 – P.M.: allora e su questo quindi non…non è in grado di dirmi altro…foto numero 5) – FRANZESE: no, non ce l‘ho presente… – P.M.: la foto numero 5) riproduce l‘immagine di…BRUNO Pietro, nato a Isola delle Femmine, il 18/11/…del 67… – FRANZESE: ah eh…non l‘ho incontrato personalmente…però posso parlare…sì, poso sparlare di lui, da…da quello che ho saputo diciamo dai LO PICCOLO, …da Sandro…eh da Salvatore LO PICCOLO…cioè lui era reg…posso parlare? di questo fatto? – P.M.: si …certo… – FRANZESE: e le dico pure in che occasione… – P.M.: lei ha detto di essere in grado…vedend…dopo avere saputo il nome di questa persona… – FRANZESE: si, perché…non l‘ho incontrato… – P.M.: perché prima non l‘ha riconosciuto… – FRANZESE: non l‘ho incontrato personalmente… – P.M.: uh… – FRANZESE: però ci sono delle circostanze…che le posso citare…eh…dove è che…ho appreso…che lui era reggente della…famiglia di mafiosa di…Isola delle Femmine – Capaci, le posso dire la circostanza…in cui… – P.M.: lei dice, che l‘ha saputo dai LO PICCOLO, no? – FRANZESE: si, si, da Sandro e Salvatore LO PICCOLO…eh ora le racconto pure la circostanza… – P.M.: reggente della famiglia mafiosa di? – FRANZESE: eh…Isola delle Femmine-Capaci. – P.M.: si… – FRANZESE: le racconto questa circostanza in cui ho… – P.M.: si… – FRANZESE: e allora, c‘era diciamo in una casa dove ho abitato io, della signora Catania ehm… diciamo…eh…il genero GERARDO…con cui parlavo io…che era che abitava accanto…e in questa ehm…in questa casa è venuto pure Sandro LO PICCOLO…e Salvatore LO PICCOLO mentre c‘ero io, …ehm…praticamente il…cognato di Gerardo PARISI, che si chiama…Filippo CATANIA, il figlio della signora Catania, diciamo il suocero eh…ha…una rivendita…una rappresentanza di mattonelle, piastrelle…nel termitano, nella zona di Termini Imerese, in questa zona, e allora lui, aveva dei clienti insolventi nella zona…lì di Capaci, Isola questi qua…e allora ehm…volevano di…Gerardo parlò con…in mia presenza…con i LO PICCOLI…con i LO PICCOLO…per un intervento per vedere di fare recuperare questo credito, e allora…Sandro LO PICCOLO, così come si rivolse con me, eh…il padre prese appunti in un foglietto, che avrebbe dovuto incaricare, cioè indirizzare questo biglietto, a…a BRUNO Pietro, perché qual è… lui disse diciamo amico nostro, quindi…diciamo quale facente capo della famiglia…e quindi di…anche mafiosa, della famiglia di questa zona di competenza…e che avrebbe pensato lui a fare in modo che questi commerciante…questo commerciante…avrebbe restituito questo denaro, diciamo a questi parenti…di Gerardo PARISI…di Filippo Catania. P.M.: quindi in questo episodio specifico… – FRANZESE: si, si, però mi è stato detto…l‘avevo sentito già nominare…per nome insomma…che in per quella zona il referente era lui, era lui…se c‘è…non sono stati episodi per doverlo…conoscere, ma…se ci sarebbero – P.M.: eh…va bè   – FRANZESE: state le condizioni…lui era il referente però…in quel discorso…diciamo fatto dai LO PICCOLO…in base a queste piastrel… Le indagini hanno accertato che il ―Gerardo Parisi‖ si identifica in PARISI Gerardo, nato Palermo 17.09.1967, detto―Zucco‖, in quanto coniugato con CATANIA Maria Giuseppa, nata a Palermo il 06.10.1967. Il predetto PARISI risulta tratto in arresto in data 16.1.2008 nell‘ambito del procedimento penale nr°38/08 R.G. per il delitto di cui all‘art. 416 bis c.p., ed è stato condannato alla pena di anni 3 mesi 4. Le dichiarazioni di FRANZESE risultano, innanzitutto, riscontrate da quelle di NUCCIO Antonino che ha riferito il 28 novembre del 2007 dell‘inserimento del BRUNO nella famiglia mafiosa di Capaci, pur non avendolo mai conosciuto. Interrogatorio di NUCCIO Antonino – 28 novembre 2007 Non sono a conoscenza di chi operasse per le famiglie di Isola delle Femmine e di Capaci, però so che di questa famiglia e di quella vicina di Capaci, si occupava Andrea GIOE‘. DR – Di Pietro BRUNO so che era vicino alla famiglia di Capaci. TRASCRIZIONE – P.M.G.: Lei DI PIERO Bruno ha mai sentito parlare? – NUCCIO: si…però non ne ho avuto mai a che fare…e non…so che è una persona vicino…però non posso riferire… – P.M.G.: e come lo sa? – NUCCIO: no riferitomi da Mimmo SERIO…e da tutti quelli dal… l‘Andrea GIOE‘…sempre che questo BRUNO ha un fratello deceduto pure…se non sbaglio…mi sembra ah! Gli accertamenti esperiti hanno verificato che:  ―Mimmo SERIO‖si identifica in SERIO Domenico, nato a Palermo il 20.06.76, tratto in arresto il 10 novembre 2007 per il delitto di cui agli artt. 416 bis c.p., 110, 629 c.p. ed art. 74 D.P.R. 309/90 (cfr. OCCC in atti) è stato condanato dal GUP di Palermo in data 16 luglio 2009 alla pena di anni 18 di reclusione e 5000 euro di multa. Le indagini hanno accertato che il medesimo era particolarmente legato a NUCCIO Antonino, nonché era organico alla famiglia mafiosa di Tommaso Natale in quanto molto vicino ai latitanti Salvatore e Sandro LO PICCOLO;  ―ndrea GIOE‘‖si identifica in GIOE’ Andrea, nato a Palermo il 13.12.1968, già condannato con sentenza irrevocabile per il delitto di partecipazione all‘organizzazione mafiosa Cosa Nostra, è stato nuovamente tratto in arresto il 10 novembre 2007 per il delitto di cui agli artt. 416 bis c.p. (cfr. OCCC in atti) è stato condanato dal GUP di Palermo in data 16 luglio 2009 alla pena di anni 12 di reclusione. Le indagini hanno accertato che il medesimo, particolarmente legato a NUCCIO Antonino, era il referente dei latitanti Salvatore e Sandro LO PICCOLO per la zona di Sferracavallo e Tommaso Natale. Ulteriore riscontro di natura individualizzante nei confronti di BRUNO Pietro era offerto dalle precise dichiarazioni di PULIZZI Gaspare che, nel corso dell‘interrogatorio del 3 aprile 2008, in sede di individuazione fotografica, pur non riconoscendolo, ha riferito di avere appreso dai LO PICCOLO della sua qualità di uomo d‘onore della famiglia mafiosa di Isola delle Femmine, nonché quella del fratello, condannato alla pena dell‘ergastolo: interrogatorio PULIZZI Gaspare – 3 aprile 2008 Nella foto nr.5 non riconosco nessuno. L‘ufficio da atto che la foto nr.5 ritrae BRUNO Pietro, nato ad Isola delle Femmine il 18.11.1946. Udite le generalità preciso che si tratta di un uomo d‘onore della famiglia mafiosa di Isola delle Femmine come ho appreso dai LO PICCOLO, che lo consideravano il loro referente anche per Capaci. Tale soggetto ha un fratello detenuto perché condannato all‘ergastolo. TRASCRIZIONE P.M.: Andiamo alla foto nr. 5. PULIZZI: Non lo conosco. P.M.: Guardi attentamente.. non lo conosce. E allora la foto nr. 5 ritrae BRUNO Pietro, nato ad Isola delle Femmine il 18 novembre del ‘46. PULIZZI: Sì, io non lo conosco, però BRUNO Pietro dovrebbe essere uomo d‘onore di Isola delle Femmine. P.M.: Come lo fa a sapere, visto che non lo conosce? PULIZZI: Lui è fratello di un altro BRUNO che non mi ricordo.. è in galera all‘ergastolo per omicidio. Lo conosco tramite i LO PICCOLO, che a Isola c‘era Pietro BRUNO come uomo d‘onore. P.M.: Non l‘ha conosciuto personalmente, ma la qualità e il ruolo l‘ha appresa dai .. PULIZZI: No, una volta mi pare che l‘ho incontrato a Isola in un bar.. P.M.: Allora l‘ha conosciuto? PULIZZI: No, io non ci ho manco parlato.. no, che ero io con mio compare Nino PIPITONE.. e loro si sono salutati e poi mio compare ha detto ―uesto è Pietro BRUNO‖. però non ci siamo nemmeno presentati, perché io ero con qualche altro là che parlavo per i fatti miei.. e loro si sono salutati e hanno parlato più o meno.. Le indagini hanno accertato che ―ino PIPITONE‖si identifica in PIPITONE Antonino, nato a Palermo il 02.05.1969, tratto in arresto il 21 gennaio 2007 per il delitto di cui all‘art. 416 bis c.p., in quanto organico alla famiglia mafiosa di Carini e persone particolarmente legata a PULIZZI Gaspare (cfr OCCC in atti). Ancora, risulta verificato che BRUNO Pietro ha un fratello Francesco, nato ad Isola delle Femmine il 13.12.1944, sebbene non detenuto.
Ancora, a carico di BRUNO Pietro rileva la propalazione accusatoria di SPATARO Maurizio. Quest‘ultimo, in data 17 dicembre 2008, in sede di ricognizione fotografica, seppur non riconoscendolo, riferiva dell‘intervento di BRUNO Pietro in merito ad una richiesta estorsiva nei confronti di un esercizio commerciale:
INTERROGATORIO DI SPATARO Maurizio – 17 dicembre 2008 Non riconosco la persona raffigurata nella foto nr. 9. L’ufficio da atto che si tratta di BRUNO Pietro nato a Isola delle Femmine PA il 18.11.1946. Lo conosco da molto tempo tramite LO PICCOLO ed il CAPORRIMO. La scorsa estate un ragazzo che conosco ha aperto un pub estivo, il MOMA di MOSCA Massimo, al quale venne formulata una richiesta estorsiva. Mi rivolsi al BRUNO il quale, vista la mia richiesta, attenuò l’entità della somma chiedendo che venisse versata qualcosa alla fine della stagione. Le indagini esperite hanno accertato l‘attendibilità della dichiarazione di SPATARO in quanto ad Isola delle Femmine alla via Amerigo Vespucci opera effettivamente l‘esercizio commerciale denominato ―oma Beach‖avente oggetto sociale la somministrazione di alimenti e bevande. Il predetto locale ha avviato l‘attività il 12.5.2006. In data 28.3.2008 la predetta attività era ceduta dal socio accomandatario MOSCA Valentina alla società ―O.MA DRINCK s.r.l.‖il cui amministratore Unico è MOSCA Massimiliano, nato a Palermo il 20.9.1971 e residente ad Isola delle Femmine, fratello della predetta Valentina. Il complesso gravemente indiziario esaminato consente di delineare il ruolo e l‘attività attualmente svolta da BRUNO Pietro nell‘ambito dell‘associazione, nonché l‘impegno costante, personale e concreto, dimostrativo di una condizione di appartenenza e di compenetrazione nel senso previsto dall‘art. 416 bis c.p. 147
INTERROGATORIO DI SPATARO Maurizio – 17 dicembre 2008 Non riconosco la persona raffigurata nella foto nr. 9. L’ufficio da atto che si tratta di BRUNO Pietro nato a Isola delle Femmine PA il 18.11.1946. Lo conosco da molto tempo tramite LO PICCOLO ed il CAPORRIMO. La scorsa estate un ragazzo che conosco ha aperto un pub estivo, il MOMA di MOSCA Massimo,  al quale venne formulata una richiesta estorsiva. Mi rivolsi al BRUNO il quale, vista la mia richiesta, attenuò l’entità della somma chiedendo che venisse versata qualcosa alla fine della stagione. Le indagini esperite hanno accertato l‘attendibilità della dichiarazione di SPATARO in quanto ad Isola delle Femmine alla via Amerigo Vespucci opera effettivamente l‘esercizio commerciale denominato ―Moma Beach‖ avente oggetto sociale la somministrazione di alimenti e bevande. Il predetto locale ha avviato l‘attività il 12.5.2006. In data 28.3.2008 la predetta attività era ceduta dal socio accomandatario MOSCA Valentina alla società ―RO.MA DRINCK s.r.l.‖ il cui amministratore Unico è MOSCA Massimiliano, nato a Palermo il 20.9.1971 e residente ad Isola delle Femmine, fratello della predetta Valentina. Il complesso gravemente indiziario esaminato consente di delineare il ruolo e l‘attività attualmente svolta da BRUNO Pietro nell‘ambito dell‘associazione, nonché l‘impegno costante, personale e concreto, dimostrativo di una condizione di appartenenza e di compenetrazione nel senso previsto dall‘art. 416 bis c.p.

http://isoladellefemmineaddiopizzo5.blogspot.it/2011/01/ordinanza-di-applicazione-della-misura_11.html

http://it.scribd.com/doc/93095874/Mafia-a-Isola-Delle-Femmine-Addio-Pizzo-5-Custodia-Cautelare-PDF

Noi e la paura, lettera a Giovanni Falcone

Noi e la paura, lettera a Giovanni Falcone

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“Mi rimane comunque una buona dose di scetticismo, non però alla maniera di Leonardo Sciascia, che sentiva il bisogno di Stato, ma nello Stato non aveva fiducia. Il mio scetticismo, piuttosto che una diffidenza sospettosa, è quel dubbio metodico che finisce col rinsaldare le convinzioni. Io credo nello Stato, e ritengo che sia proprio la mancanza di senso dello Stato, di Stato come valore interiorizzato, a generare quelle distorsioni presenti nell’animo siciliano: il dualismo tra società e Stato; il ripiegamento sulla famiglia, sul gruppo, sul clan; la ricerca di un alibi che permetta a ciascuno di vivere e lavorare in perfetta anomia, senza alcun riferimento a regole di vita collettiva. Che cosa se non il miscuglio di anomia e di violenza primitiva è all’origine della mafia? Quella mafia che essenzialmente, a pensarci bene, non è altro che espressione di un bisogno di ordine e quindi di Stato. E’ il mio scetticismo una specie di autodifesa? Tutte le volte che istintivamente diffido di qualcuno, le mie preoccupazioni trovano conferma negli eventi. Consapevole della malvagità e dell’astuzia di gran parte dei miei simili, li osservo, li analizzo e cerco di prevenirne i colpi bassi.”
(Giovanni Falcone)
Giovanni non mi piace festeggiare i compleanni, non mi piace perché credo che ogni giorno abbiamo la possibilità di rinascere nelle azioni che compiamo. Tuttavia oggi è il giorno in cui sei nato, chissà quali pensieri e quali progetti avevano su di te i tuoi genitori. Oggi più degli altri giorni siamo noi e la paura.
Scriverti una lettera fa un certo effetto, d’altronde fai parte dell’Aldilà e credimi è molto più semplice pensarti piuttosto che scrivere nero su bianco le proprie emozioni, ma questo è un atto dovuto per non dimenticare chi sei stato, per impedire ad altri di dimenticarti.

Oggi saresti l’uomo che potrebbe capirmi più di chiunque altro, sei per me un secondo padre, il padre del mio carattere, delle mie paure e della forza che ogni giorno mi impongo per non cedere ai timori.

Siamo noi e la paura, perché ho paura di questo Paese, ho paura che la mafia sia più forte di noi, che sia riuscita a superare di nuovo lo Stato come tu stesso temevi:

“La mia più grande preoccupazione è che la mafia riesca sempre a mantenere un vantaggio su di noi”.

Ho paura perché vedo uno Stato diviso in due, da una parte lo Stato in cui credo, quello interiorizzato, lo Stato inteso come valore di ogni singolo cittadino, dall’altra lo Stato massone, politico ed affarista senza scrupoli, pronto a scendere a patti con la mafia per il proprio tornaconto.

Fra cinque giorni milioni di persone ti ricorderanno ecco anche questo mi fa paura. Ho paura perché in questo Paese le persone vengono ricordate solo quando ricorre l’anniversario della loro morte il resto del tempo sono come entità che vengono menzionate da pochi, da poche persone che sentono il vuoto costante lasciato da chi non c’è più. Io il 23 maggio starò a casa, sarà per me un giorno di lutto ed io reagisco al lutto chiudendomi in me stessa. Se qualcosa esiste, se esiste un luogo in cui tu continui a vivere sai anche che ti penso ogni giorno, che le mie azioni, i miei sentimenti, la mia mente sono figli del tuo esistere. Sai c’è qualcosa che sento manca spesso la forza di lasciarsi andare ai sentimenti per capirli. Io ho imparato con te a non fidarmi di nessuno eppure a stimare tutti, ho imparato con te che un sorriso non costa nulla ma che davanti ad un compito bisogna andare seri, preparati e ligi al dovere.
Mi manchi Giovanni.
Manchi al mio respiro che si assenta quando ti penso, manchi al mio sguardo che non ti ha mai potuto vedere dal vivo, manchi alla mia passione per il caffè perché non abbiamo mai potuto berne uno insieme.
Manchi all’aria che mi circonda perché non è mai stata accarezzata dalla tua presenza. Hai presente quando una persona ti passa accanto e senti un leggero spostamento d’aria? Ecco mi manca quel muoversi dell’atmosfera magari creato dalla tua giacca che appena ti volti si apre leggermente. Mi manca la tua presenza fisica perché si ti penso e sento che il tuo carattere non è morto, ma fisicamente sei polvere e questo è il dolore più forte da sopportare per chi, come me, non ti ha mai potuto stringere la mano o scambiare con te uno sguardo, un silenzio che parlava di rispetto.
Sei l’uomo che oggi amo più di tutti, ti amo da otto anni e più passa il tempo più non posso smettere di pensarti. Ti voglio bene anche quando non ti sopporto, quando mi sono trovata di fronte a delle tue reazioni passate eccessive ma sempre dettate dalla necessità. Chissà quanto avremo litigato io e te se ci fossimo incontrati, entrambi tenaci e testardi, ma ti avrei rispettato tanto quanto faccio oggi ogni giorno.
Di te ho amato la capacità di capire il prossimo.

Amo in maniera spudorata la tua forza di dire:

“Conoscere i mafiosi ha influito profondamente sul mio modo di rapportarmi con gli altri e anche sulle mie convinzioni. Ho imparato a riconoscere l’umanità anche nell’essere apparentemente peggiore; ad avere un rispetto reale, e non solo formale per le altrui opinioni. Ho imparato che ogni atteggiamento di compromesso – il tradimento, o la semplice fuga in avanti – provoca un sentimento di colpa, un turbamento dell’anima, una sgradevole sensazione di smarrimento e di disagio con se stessi. L’imperativo categorico dei mafiosi, di “dire la verità”, è diventato un principio cardine della mia etica professionale, almeno riguardo ai rapporti veramente importanti della vita. Per quanto possa sembrare strano, la mafia mi ha impartito una lezione di moralità”.

Quanti di coloro che oggi si professano paladini dell’antimafia hanno l’intelligenza di spingersi verso la conoscenza del fenomeno ammettendo che “ci assomiglia”, farlo con “lo scopo di combatterlo”, pochi, vero Giovanni? Veramente pochi, ed è forse per questo che oggi manchi più che mai, manchi tu con il tuo rispetto portato sulla punta di una sigaretta, manca il tuo sorriso sornione ed il tuo “spirito di servizio” che tanto ti ha fatto conoscere e per servire il quale ti hanno fatto saltare in aria.
Non ci sei più è vero, ma non ha senso per me parlarti al passato perché tu vivi in ogni scritto che hai lasciato, in ogni video, in tutto ciò che mi ha permesso di conoscerti. Vivi nelle mie lacrime ogni qualvolta mi sento persa perché non posso contare su di una telefonata per chiederti consiglio. Vivi in tutto ciò che mi hai insegnato; non sono siciliana ma mi hai fatto conoscere la tua terra e per quanto sia terribilmente complicata
sul piano dei rapporti umani sento che bisogna fare qualcosa per lei, per la Sicilia e in seguito per tutta l’Italia.

Sei anche tu il mio papà e spero che grazie alla tua guida riuscirò a renderti omaggio lungo la mia esistenza.


Mi manchi Giovanni… Auguri

http://www.caffenews.it/legalita-antimafie/36436/noi-e-la-paura-lettera-a-giovanni-falcone/

Commissione accesso agli atti, La Kupola della politica a Isola delle Femmine, PORTOBELLO,GIARDINO DELLA MEMORIA,MONTINARO, FALCONE,STRAGE DI CAPACI,MAFIA,ADDIO PIZZO 5

Noi e la paura, lettera a Giovanni Falcone

Noi e la paura, lettera a Giovanni Falcone

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“Mi rimane comunque una buona dose di scetticismo, non però alla maniera di Leonardo Sciascia, che sentiva il bisogno di Stato, ma nello Stato non aveva fiducia. Il mio scetticismo, piuttosto che una diffidenza sospettosa, è quel dubbio metodico che finisce col rinsaldare le convinzioni. Io credo nello Stato, e ritengo che sia proprio la mancanza di senso dello Stato, di Stato come valore interiorizzato, a generare quelle distorsioni presenti nell’animo siciliano: il dualismo tra società e Stato; il ripiegamento sulla famiglia, sul gruppo, sul clan; la ricerca di un alibi che permetta a ciascuno di vivere e lavorare in perfetta anomia, senza alcun riferimento a regole di vita collettiva. Che cosa se non il miscuglio di anomia e di violenza primitiva è all’origine della mafia? Quella mafia che essenzialmente, a pensarci bene, non è altro che espressione di un bisogno di ordine e quindi di Stato. E’ il mio scetticismo una specie di autodifesa? Tutte le volte che istintivamente diffido di qualcuno, le mie preoccupazioni trovano conferma negli eventi. Consapevole della malvagità e dell’astuzia di gran parte dei miei simili, li osservo, li analizzo e cerco di prevenirne i colpi bassi.”
(Giovanni Falcone)
Giovanni non mi piace festeggiare i compleanni, non mi piace perché credo che ogni giorno abbiamo la possibilità di rinascere nelle azioni che compiamo. Tuttavia oggi è il giorno in cui sei nato, chissà quali pensieri e quali progetti avevano su di te i tuoi genitori. Oggi più degli altri giorni siamo noi e la paura.
Scriverti una lettera fa un certo effetto, d’altronde fai parte dell’Aldilà e credimi è molto più semplice pensarti piuttosto che scrivere nero su bianco le proprie emozioni, ma questo è un atto dovuto per non dimenticare chi sei stato, per impedire ad altri di dimenticarti.

Oggi saresti l’uomo che potrebbe capirmi più di chiunque altro, sei per me un secondo padre, il padre del mio carattere, delle mie paure e della forza che ogni giorno mi impongo per non cedere ai timori.

Siamo noi e la paura, perché ho paura di questo Paese, ho paura che la mafia sia più forte di noi, che sia riuscita a superare di nuovo lo Stato come tu stesso temevi:

“La mia più grande preoccupazione è che la mafia riesca sempre a mantenere un vantaggio su di noi”.

Ho paura perché vedo uno Stato diviso in due, da una parte lo Stato in cui credo, quello interiorizzato, lo Stato inteso come valore di ogni singolo cittadino, dall’altra lo Stato massone, politico ed affarista senza scrupoli, pronto a scendere a patti con la mafia per il proprio tornaconto.

Fra cinque giorni milioni di persone ti ricorderanno ecco anche questo mi fa paura. Ho paura perché in questo Paese le persone vengono ricordate solo quando ricorre l’anniversario della loro morte il resto del tempo sono come entità che vengono menzionate da pochi, da poche persone che sentono il vuoto costante lasciato da chi non c’è più. Io il 23 maggio starò a casa, sarà per me un giorno di lutto ed io reagisco al lutto chiudendomi in me stessa. Se qualcosa esiste, se esiste un luogo in cui tu continui a vivere sai anche che ti penso ogni giorno, che le mie azioni, i miei sentimenti, la mia mente sono figli del tuo esistere. Sai c’è qualcosa che sento manca spesso la forza di lasciarsi andare ai sentimenti per capirli. Io ho imparato con te a non fidarmi di nessuno eppure a stimare tutti, ho imparato con te che un sorriso non costa nulla ma che davanti ad un compito bisogna andare seri, preparati e ligi al dovere.
Mi manchi Giovanni.
Manchi al mio respiro che si assenta quando ti penso, manchi al mio sguardo che non ti ha mai potuto vedere dal vivo, manchi alla mia passione per il caffè perché non abbiamo mai potuto berne uno insieme.
Manchi all’aria che mi circonda perché non è mai stata accarezzata dalla tua presenza. Hai presente quando una persona ti passa accanto e senti un leggero spostamento d’aria? Ecco mi manca quel muoversi dell’atmosfera magari creato dalla tua giacca che appena ti volti si apre leggermente. Mi manca la tua presenza fisica perché si ti penso e sento che il tuo carattere non è morto, ma fisicamente sei polvere e questo è il dolore più forte da sopportare per chi, come me, non ti ha mai potuto stringere la mano o scambiare con te uno sguardo, un silenzio che parlava di rispetto.
Sei l’uomo che oggi amo più di tutti, ti amo da otto anni e più passa il tempo più non posso smettere di pensarti. Ti voglio bene anche quando non ti sopporto, quando mi sono trovata di fronte a delle tue reazioni passate eccessive ma sempre dettate dalla necessità. Chissà quanto avremo litigato io e te se ci fossimo incontrati, entrambi tenaci e testardi, ma ti avrei rispettato tanto quanto faccio oggi ogni giorno.
Di te ho amato la capacità di capire il prossimo.

Amo in maniera spudorata la tua forza di dire:

“Conoscere i mafiosi ha influito profondamente sul mio modo di rapportarmi con gli altri e anche sulle mie convinzioni. Ho imparato a riconoscere l’umanità anche nell’essere apparentemente peggiore; ad avere un rispetto reale, e non solo formale per le altrui opinioni. Ho imparato che ogni atteggiamento di compromesso – il tradimento, o la semplice fuga in avanti – provoca un sentimento di colpa, un turbamento dell’anima, una sgradevole sensazione di smarrimento e di disagio con se stessi. L’imperativo categorico dei mafiosi, di “dire la verità”, è diventato un principio cardine della mia etica professionale, almeno riguardo ai rapporti veramente importanti della vita. Per quanto possa sembrare strano, la mafia mi ha impartito una lezione di moralità”.

Quanti di coloro che oggi si professano paladini dell’antimafia hanno l’intelligenza di spingersi verso la conoscenza del fenomeno ammettendo che “ci assomiglia”, farlo con “lo scopo di combatterlo”, pochi, vero Giovanni? Veramente pochi, ed è forse per questo che oggi manchi più che mai, manchi tu con il tuo rispetto portato sulla punta di una sigaretta, manca il tuo sorriso sornione ed il tuo “spirito di servizio” che tanto ti ha fatto conoscere e per servire il quale ti hanno fatto saltare in aria.
Non ci sei più è vero, ma non ha senso per me parlarti al passato perché tu vivi in ogni scritto che hai lasciato, in ogni video, in tutto ciò che mi ha permesso di conoscerti. Vivi nelle mie lacrime ogni qualvolta mi sento persa perché non posso contare su di una telefonata per chiederti consiglio. Vivi in tutto ciò che mi hai insegnato; non sono siciliana ma mi hai fatto conoscere la tua terra e per quanto sia terribilmente complicata
sul piano dei rapporti umani sento che bisogna fare qualcosa per lei, per la Sicilia e in seguito per tutta l’Italia.

Sei anche tu il mio papà e spero che grazie alla tua guida riuscirò a renderti omaggio lungo la mia esistenza.


Mi manchi Giovanni… Auguri

http://www.caffenews.it/legalita-antimafie/36436/noi-e-la-paura-lettera-a-giovanni-falcone/

Commissione accesso agli atti, La Kupola della politica a Isola delle Femmine, PORTOBELLO,GIARDINO DELLA MEMORIA,MONTINARO, FALCONE,STRAGE DI CAPACI,MAFIA,ADDIO PIZZO 5

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